Ci sono ancora pagine della Resistenza sconosciute al grande pubblico.
Con questo contributo ve ne racconterò tre, rimaste sotto il tappeto dell’oblio, o forse della vergogna. Una storia che riguarda tre comandanti partigiani cattolici e monarchici che dopo aver partecipato attivamente, con coraggio e determinazione, alla lotta contro i nazifascisti, sono stati uccisi forse da altri partigiani. Sì, avete letto bene: da altri compagni della lotta contro le dittature.
Tre vicende autonome ed indipendenti che meritano di essere conosciute nell’ottica di comprendere meglio la drammatica e feroce atmosfera che regnò nel nostro paese nell’aprile-maggio 1945, alla liberazione ma anche alla resa dei conti, avvenuta non soltanto nei confronti dei fascisti ma anche nei confronti dei compagni di lotta dissenzienti.
Il tema del cosiddetto “sangue dei vinti” ha animato il dibattito tra storici e non solo, nel nostro paese negli ultimi ottant’anni. Dopo il 25 aprile 1945, in alcune zone, soprattutto del Nord Italia, ci fu una specie di resa dei conti tra gli italiani che si erano sparati addosso durante i 20 mesi della guerra civile. Una tragedia capitata non solo nel nostro paese ma che in Italia ha assunto dimensioni ed efferatezze peculiari. Una tragedia che ha lasciato cicatrici non ancora sanate neanche oggi. L’oblio sulla storia e sulla sorte dei vinti non ha aiutato le nuove generazioni a capire cosa fosse successo davvero in quel biennio ‘43 -’45, tremendo e tragico. Giampaolo Pansa ne ha fatto un po’ la sua crociata di questo oblio. Recuperando anche alcuni scritti di Giorgio Pisanò, un ex repubblichino che negli anni ‘50 aveva raccontato sulle pagine di alcuni settimanali italiani la tragedia dei vinti, Pansa ha scritto numerosi volumi recuperando i ricordi e la memoria dei vinti o meglio dei parenti dei vinti ammazzati in quel periodo. Sul suo esempio, negli ultimi vent’anni si sono alzati i tappeti su quella storia con il racconto di episodi sconosciuti o volutamente dimenticati.
Il racconto di oggi è relativo proprio all’omicidio di tre protagonisti della Resistenza italiana. La sorpresa è che siano state però delle morti causate da contrasti all’interno delle formazioni partigiane che avevano partecipato insieme alla liberazione. Sono tre storie di tre comandanti partigiani, non comunisti ma cattolici e monarchici, che pur combattendo lo stesso nemico, avevano sempre rivendicato il proprio pensiero politico, immaginando l’Italia del dopoguerra. Sono tre storie che possiamo finalmente conoscere ringraziando Luciano Garibaldi, uno storico scomparso recentemente, che ha voluto sempre indagare sulle vicende controversie o sconosciute di quei 20 mesi di guerra civile. All’interno di queste sue ricerche ha pubblicato il libro dal titolo “I giusti del 25 aprile-chi uccise i partigiani eroi?” (Edizioni Ares-2018).
Nel dicembre 2004, si è tenuto a Milano un convegno storico denominato “Resistenza in Lombardia: gli eroi dimenticati” che ha reso omaggio ai dimenticati. A quei tre comandanti partigiani, tre cattolici accomunati da una triste sorte, essendo morti tutti e tre in circostanze poco chiare e nello stesso periodo temporale. Proprio Luciano Garibaldi è stato il principale promotore di quel convegno riportando alla luce la verità su quei tre omicidi. Oggi ho deciso di raccontarvi quelle storie per rievocare l’audacia e il senso del dovere di Aldo Gastaldi, detto “Bisagno”, di Ugo Ricci e di Edoardo Alessi, tre ufficiali del regio esercito datisi alla macchia dopo l’armistizio badogliano.
In quel convegno milanese venivano finalmente tratteggiate le vicende di quei tre uomini, a cominciare dal tenente Aldo Gastaldi che pochi giorni dopo la fine della guerra morì sotto un camion in circostanze poco chiare. Noto col nome di battaglia di “Bisagno” , Gastaldi fu definito, il “primo partigiano d’Italia”, in quanto già l’8 settembre 1943 evitò che i tedeschi catturasse le armi del 15º reggimento genio di Chiavari. Nei mesi seguenti il cattolico Bisagno arrivò a comandare la divisione partigiana “Cichero”, forte di oltre 2000 uomini che combatteva i reparti della Wermacht e delle SS fra la Liguria e l’Emilia-Romagna. Con la liberazione, Gastaldi non si dimostrò certo disposto “a differenza di altre parti politiche” come sottolinea Luciano Garibaldi nel suo volume, ad attuare violenze e vendette ormai inutili e crudeli una volta finito il conflitto. Gastaldi si adoperò anzi perché i militari della disciolta Repubblica sociale, che erano poi passati coi partigiani, potessero tornare tranquillamente a casa. Il 21 maggio 1945 Gastaldi subiva lungo il lago di Garda il misterioso e mortale, incidente. Nessuna prova certa è stata mai trovata, ma molti legittimi dubbi esistono circa quell’incidente.
Parimenti misterioso fu il destino del capitano Ugo RICCI, che alla data dell’armistizio era di stanza presso Cantù, in Lombardia. Guadagnata la Val d’Intelvi, Ricci vincolò sé stesso e i suoi 23 uomini alla lotta antifascista con un solenne giuramento sottoscritto il 14 dicembre 1943 nel santuario di San Pancrazio a Ramponio. Ricci diventò il protagonista della guerriglia contro il nazifascisti in quel territorio della Lombardia e morì durante un’azione che prevedeva il rapimento del Ministro degli Interni della Repubblica Sociale, Guido Buffarini-Guidi. Era il 3 ottobre 1944 e l’episodio, noto come “battaglia di Lenno” finì male perché pare che i partigiani fossero stati traditi da qualcuno. Quando Ricci e il suo gruppo attaccarono i fascisti pensando di coglierli di sorpresa, questi si erano già preparati ad accogliere i partigiani. Non si è mai saputo il nome dell’eventuale traditore, ma a ottant’anni di distanza l’ormai anziana staffetta partigiana Marsella Sormani, che fu la compagna di Ricci, continua a ricercare la verità. Non si è mai data per vinta.
Il terzo protagonista di queste storie dimenticate è il colonnello dei carabinieri Edoardo Alessi, che comandò la prima divisione alpina “Valtellina” e fu ucciso da ignoti il 26 aprile 1945, il giorno successivo alla liberazione. Anche Alessi, come Gastaldi, aveva promesso di evitare violenze dopo la fine delle ostilità, anche contro gli ex nemici. Un intento che avrebbe avuto un indubbio vantaggio per gli sconfitti. Per quale motivo, quindi, sarebbero stati degli “sbandati fascisti”, secondo la versione ufficiale, a ucciderlo il 26 aprile 1945? Gli fu concessa la medaglia d’argento postuma e gli venne intitolata la caserma dei carabinieri di Sondrio. Ma anche Edoardo Alessi come tante altre vittime di quel triste periodo, scrive Garibaldi, chiede ancora giustizia.
Ma analizziamo nel dettaglio i lati rimasti oscuri di quelle tre morti. Le zone grigie mai chiarite nonostante il tempo trascorso.
Partiamo da Gastaldi. Curiosamente lasciato in montagna nei giorni della liberazione di Genova, Bisagno discese nella sua città dopo aver curato la resa delle formazioni tedesche in fuga verso il Nord, consegnandole agli alleati. Bisagno dovette prendere atto che in città le vendette e le stragi quotidiane, compiute contro i fascisti o i loro familiari, erano innumerevoli e che i dirigenti del CLN erano assolutamente inadeguati a riportare l’ordine. Più volte in quei giorni fu visto entrare ed uscire dall’hotel Bristol, in via XX Settembre dove si era installato il CLN. Parlava con i responsabili militari ma non otteneva nulla. Aveva la netta sensazione di sentirsi tagliato fuori dai giochi di potere, di non contare nulla. Durante il mese di maggio 1945 furono uccisi, in città, in media sei fascisti ogni notte, con il classico colpo alla nuca o in maniere molto più feroci. Il 28 maggio ci fu una riunione al CLN per affrontare questa lugubre resa dei conti. Era presente anche Bisagno. Secondo la testimonianza di uno dei suoi, presente alla riunione, Bisagno usò parole durissime: “Se questa vergogna continua, abbiamo il dovere di disarmare la polizia e consegnare la città alle truppe americane”. Pochi giorni dopo si verificò il cosiddetto incidente nel quale Gastaldi perse la vita. Alle nove del mattino del 21 maggio 1945, il corpo rantolante di Aldo Gastaldi arriva all’ospedale di Desenzano del Garda, trasportato con un camion da alcuni suoi uomini. Il referto parla chiaro: “Il decesso è avvenuto alle ore 10:00 per sfondamento della cassa toracica, a seguito di incidente automobilistico avvenuto sulla strada nazionale Verona-Brescia”. L’Unità fu l’unico quotidiano ad entrare nel dettaglio di quello che era successo: “Bisagno cadde verso le 9:30 da un camion mentre stava tornando da Riva del Garda a Genova; morì alle 10, mentre veniva trasportato all’ospedale di Desenzano”. Ma quando e perché era partito da Genova? Si disse che voleva mantenere una promessa fatta agli alpini del Vestone quando erano confluiti, abbandonando l’esercito di Salò, nella sua “Cichero”. “Quando la guerra sarà finita -aveva detto – vi riporterò a casa, dai vostri genitori, vi riconsegnerò alle vostre famiglie”. Quei ragazzi del Vestone erano tutti dell’alto bresciano o del Trentino e per riportarli a casa bisognava organizzare una carovana di camion. Tutto funzionò perfettamente e Gastaldi, con i suoi compagni di viaggio, poté poi riorganizzare il ritorno a Genova. Aveva mantenuto la sua promessa. Ed è proprio in quel momento che inizia “il mistero” della morte di Bisagno, come ha scritto Pier Lorenza Stagno (“Bisagno. La vita, la morte, il mistero” – Editore Le Mani, 2004) che ha condotto forse la più approfondita e rigorosa indagine sulle circostanze e sui luoghi della morte del comandante. Due circostanze saltano agli occhi: non venne mai eseguita un’autopsia e il cadavere fu sepolto frettolosamente a Staglieno; non fu mai realizzata una dettagliata ricostruzione dei fatti al punto che esiste soltanto una relazione di un altro capo partigiano, scritta tra l’altro, alcuni anni dopo l’evento. Stando a questa versione, la mattina del 21 maggio il camion si rimise in viaggio verso Genova. Bisagno si era sistemato sul tetto della cabina di guida, forse per godersi il paesaggio, insieme proprio a Barbera, l’autore della relazione. Il comandante era di buon umore gentile e cortese con tutti, cantava a squarciagola, con la sua bella voce. Ad un certo punto l’autista decise di sorpassare una colonna di camion alleati ma una camionetta gli tagliò improvvisamente la strada. L’autista per evitare lo scontro fu costretto ad una violenta sterzata sulla sinistra e il camion finì nella scarpata che fiancheggiava la strada. Bisagno perse l’equilibrio e precipitò finendo sotto le ruote del pesante automezzo. Soccorso dai compagni ormai morente fu portato all’ospedale di Desenzano. Le domande rimaste senza risposta sono tante: come mai non fu mai interrogato l’autista, Ettore Filippazzi? Il luogo dove avvenne l’incidente è una strada molto stretta che permette a stento la doppia circolazione dei veicoli. Come può aver pensato un autista professionista di un mezzo così ingombrante come un Fiat 666 di azzardare un sorpasso? Esistono clamorose contraddizioni nelle ricostruzioni dei fatti a posteriori scritte da alcuni dei presenti. Come vi ho detto all’Istituto Storico della Resistenza di Genova esiste soltanto la relazione di Barbera. Nulla d’altro!
E veniamo alla ricostruzione della morte di Edoardo Alessi, Colonnello dei carabinieri. Dopo l’8 settembre non aveva avuto dubbi: era un ufficiale di sua Maestà e stava con il Re. Alessi incominciò ad occuparsi di aiutare gli ebrei che fuggivano in Svizzera dal campo di concentramento dell’Aprica. Le voci correvano e queste attività clandestine di Alessi raggiunsero gli esponenti più intransigenti del fascismo locale che cercarono di far rimuovere l’ufficiale. Alessi si oppose prima all’esposizione della bandiera tricolore senza lo stemma sabaudo in occasione dell’anniversario della marcia su Roma. Poi si rifiutò di prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica Sociale. Aveva superato i limiti: fu arrestato dal Comando della regione dei carabinieri di Milano. Il 6 dicembre 1943 fu radiato dall’Arma. Riuscì ad evitare di essere linciato dai nazifascisti fuggendo oltre confine in Svizzera. Alla fine del ‘44 fu richiesto urgentemente il suo rientro in Lombardia perché, ad avviso del Commissario politico della Prima Divisione Alpina, Alessi era l’unico ufficiale in grado di controllare e frenare l’estremismo degli elementi comunisti della Resistenza. Il 5 febbraio 1945 Alessi rientrò in Valtellina come già aveva fatto Bisagno in Liguria. Cercò fin dal primo momento, il contatto coi giovani che avevano aderito alla RSI, non per fucilarli o torturarli, ma cercando di recuperarli diramando ordini precisi in tal senso. La strategia di Alessi prevedeva, al momento del crollo finale delle forze nazifasciste, il blocco del passaggio sulle impervie strade che conducevano allo Stelvio e all’Aprica per chiudere i tedeschi in una sacca e costringerli alla resa. Non accettò mai di far confluire i suoi uomini nelle brigate partigiane comandate dai commissari comunisti. Quattro giorni prima di morire, il 22 aprile, il Tenente Colonnello Alessi fece diramare le istruzioni ai reparti nell’eventualità di arresti di presunti responsabili di collaborazionismo: “Senza prove serie e fondate non è possibile compiere un atto tanto grave come quello della fucilazione di un essere umano”. Alla sua morte, da Colico a Morbegno, si scatenò la carneficina. Almeno 100 omicidi furono commessi nei primi 20 giorni di maggio. Al momento della sua morte non sorsero dubbi sulle cause del decesso. Si pensava che il Colonnello fosse morto combattendo. “Il 25 aprile 1945 – si legge nel sito della Banca Popolare di Sondrio –quando ormai la guerra di liberazione era terminata, Alessi e il suo aiutante caddero in una misteriosa imboscata poco a valle di Sant’Anna e furono uccisi”. Esistono due versioni contrastanti sul tragico episodio. La versione ufficiale racconta che furono sorpresi nel sonno e feriti a Sant’Anna da un ultimo disperato rastrellamento fascista. Una seconda versione vuole che Alessi, venuto a conoscenza che alcuni partigiani si erano macchiati di atti di violenza sulla popolazione li abbia avvertiti che, una volta tornato al suo posto, avrebbe provveduto a punirli. Quella minaccia fu all’origine dell’agguato mortale. Alessi morì per colpi d’arma da fuoco e sembra anche per una pugnalata insieme al suo aiutante Adriano Cometti, nelle prime ore del 26 aprile 1945.
E siamo arrivati alla morte di Ugo Ricci che avvenne in circostanze confuse, oscure, contraddittorie che si sono prestate fino ad oggi a più di una versione. Ugo Ricci era un genovese trentenne, ufficiale di carriera, che dopo l’8 settembre si era trovato al comando di un distaccamento motorizzato dell’autocentro di stanza a Cantù. Aveva deciso di non arrendersi ai tedeschi e con i suoi uomini e mezzi si era diretto verso la frontiera svizzera. In 10 mesi Ricci con il suo gruppo avrebbe compiuto numerosi azioni di guerriglia coronate tutte da successo. Intorno a lui aleggiava la fama di un capo partigiano inafferrabile e invulnerabile. Tutto ciò fino ad una mattina rotta da un grido strozzato che aveva girato per le valli di quel territorio: “Hanno ammazzato il capitano Ricci – scrive Garibaldi nel suo libro – era caduto a Lenno, sul lago di Como, vittima di una raffica di mitra sventagliata mentre cercava, con quattro compagni,di catturare il ministro degli interni della Repubblica Sociale Buffarini Guidi. Il fallimento del tentato colpo di mano era stato provocato da una spiata: qualcuno aveva preventivamente e proditoriamente informato i fascisti. La spiata sarebbe stata ispirata da coloro che volevano non tanto liberare l’Italia quanto fare la rivoluzione rossa contrariamente a Ricci che, fedele monarchico, si opponeva a questa visione di parte e concepiva la lotta partigianacome un’unione di forze anche differenti fra di loro, però tutte insieme miranti all’ideale comune di un secondo Risorgimento”.
Secondo Cesare Cavalleri che ha curato l’introduzione del libro di Garibaldi, se l’operato dei tre protagonisti di queste tragiche storie non fosse stato soffocato “da forze ostili e preponderanti, forse ispirate ad un dichiarato ateismo, di certo il “sangue dei vinti” non sarebbe stato sparso con la spettrale ampiezza che ormai tutti conosciamo. Di certo i comandanti partigiani cattolici e monarchici avrebbero frenato e bloccato le spinte vendicative più feroci e più bestiali”. Lo testimonia, ad esempio, un ordine del giorno, diramato dal colonnello dei carabinieri Edoardo Alessi nel quale si può leggere: “I comandanti dei reparti, i quali tutti, con alta saggezza, hanno già convenuto sulla necessità di questo passo, facciano presente ai loro uomini che a noitutti incombe il dovere di tutto tentare perché non si inaspriscano la guerra civile e perché il braccio dei traviati sia disarmato dalla libera persuasione anziché dalla violenza”.
Anche il Comandante Bisagno rivolgeva ai fascisti della Monterosa nelle vallate liguri identiche parole, di pacificazione, non di resa dei conti. “È facile immaginare -sottolinea Cavalleri – che cosa uomini del genere avrebbero fatto e in che modo e con quale autorevolezza si sarebbero impegnati, onde impedire le stragi del dopo 25 aprile, se qualcuno non li avesseuccisi prima”.
Se ripercorriamo i profili biografici di Alessi, Gastaldi e Ricci abbiamo una lampante fotografia di come fosse frastagliato il movimento partigiano. I tre sono stati clamorosamente cancellati dagli annali e dalla memoria. Nessuno però dei loro amici e dei loro compagni d’arme dell’epoca ha mai prestato fede ai racconti rigorosamente “indiretti” su quelle morti avvenute (per due dei tre eroi) fatalmente dopo il 25 aprile. Erano dei comandanti autonomi di grandissimo e trascinante carisma, ex ufficiali dell’esercito, profondamente cattolici. Soprattutto: non erano comunisti. Pagarono con la vita le loro scelte perché intorno a loro sorse un’incredibile rete di insidie. Garibaldi ha tentato di squarciare il velo di ambiguità che avvolge ancora la loro morte, trovando la piena comprensione e l’incondizionato sostegno di coloro che in quel tragico biennio 43-45 li seguirono sulle montagne. Le ricerche non sono ancora completate: la speranza è che nuovi storici riaprano i cassetti degli archivi e scoprano nuove prove circa le loro morti.