Nella narrazione retorica del nostro Risorgimento, la spedizione dei Mille ha sempre avuto un ruolo centrale. Un po’ per la figura mitica di Giuseppe Garibaldi, uno dei quattro padri della patria, con Re Vittorio Emanuele II, Camillo Cavour e Giuseppe Mazzini; un po’ per la straordinaria impresa, “in pochi contro tantissimi”, di aver sconfitto l’esercito borbonico. Una replica, insomma, della leggenda del piccolo Davide e del gigante Golia, a cui si addice una delle più famose e indimenticabili “frasi” che Winston Churchill avrebbe dedicato ai valorosi piloti inglesi degli Spitfire che sconfissero, nell’estate del 1940 durante la battaglia d’Inghilterra, i più numerosi e meglio armati piloti tedeschi della Lutwaffe: “Mai così pochi – disse Churchill in Parlamento –fecero tanto per la libertà di tutti”.
Oggi vi racconterò un capitolo della spedizione dei Mille rimasto grigio, lasciato sotto il tappeto dell’oblio: chi finanziò quell’impresa? Come riuscì Garibaldi, aldilà degli scontri militari nel corso della sua campagna, a sconfiggere un esercito moderno, ben armato e più numeroso dei suoi pochi e male armati soldati con la giubba rossa? La spedizione fu definita una rivoluzione patriottica ma in realtà dietro nascondeva interessi internazionali ben precisi.
Una storia che si incentra sulla figura di Ippolito Nievo, il famoso letterato, volontario con i Mille, responsabile della intendenza della spedizione. Ippolito Nievo, da buon contabile, annotò tutti i movimenti di denaro di quell’impresa, sia quelli contabilizzati ufficialmente sia quelli… extra contabili. Quando, sulla strada del ritorno a Torino, stava per raccontare al governo piemontese come fu finanziata e da chi quella apparentemente folle impresa, Nievo morì durante il naufragio della nave che lo riportava in Piemonte per la relazione a Cavour. Un naufragio rimasto misterioso anche perché avvenuto in una notte di luna piena con il Mar Tirreno, piatto come un lago! Cos’era successo in quella notte alla nave del responsabile dell’intendenza di Garibaldi?

Per introdurvi nei meandri di uno dei misteri irrisolti della storia del nostro bizzarro paese, ritengo utile ed opportuno spendere qualche minuto per raccontarvi la storia di Ippolito Nievo. Molti di voi lo conosceranno come un autorevole scrittore e letterato italiano autore di diverse novelle e romanzi, tra cui il più importante è quello intitolato “Le confessioni d’un italiano” che è un po’ considerato come una delle opere più importanti del Risorgimento italiano. Ma molti di voi non conoscono probabilmente la parte della vita di Ippolito Nievo legata a Garibaldi.

Ecco dunque alcuni passaggi della sua vita che vi permetteranno di comprendere meglio il contesto in cui ha operato e il suo ruolo cruciale nella spedizione dei Mille nel 1860.

Nievo nasce a Padova nel 1831, figlio di un magistrato e di una nobildonna friulana, dotata di un grande patrimonio di famiglia. A 10 anni viene iscritto nel collegio del seminario di Sant’Anastasia di Verona come convitto interno. L’esperienza però dura poco Ippolito non sopporta la disciplina troppo rigorosa e preferisce studiare da studente esterno, libero di coltivare le sue passioni. Sono gli anni in cui il giovane studente passa una gran parte del suo tempo con il nonno Carlo Marin, intendente di finanza a Verona. Uomo colto e amante della letteratura che diventa un po’ la figura di riferimento nella crescita culturale e civica di Ippolito. Nel 1848, a 17 anni, proprio per gli insegnamenti ricevuti dal nonno Carlo, Nievo viene affascinato dal programma democratico di Giuseppe Mazzini e Carlo Cattaneo. Pare che abbia avuto anche un ruolo in prima persona nella fallita insurrezione di Mantova contro il locale governo austriaco. Dopo quell’episodio i suoi genitori preferiscono spostarlo in Toscana, fuori dal contesto pesante che si respirava in città dopo l’insurrezione non riuscita. A Pisa Ippolito Nievo entra in contatto con i membri del partito democratico di Guerrazzi: uno degli esponenti dei gruppi che tramavano sia  contro gli austriaci sia contro il ritorno del granduca Leopoldo fuggito da Firenze per evitare guai maggiori. Ippolito due anni dopo inizia la sua attività di giornalista nel quotidiano “La sferza”. Nel 1855, deluso della situazione politica italiana e dalla inutilità dei tentativi di insurrezione contro il dominio austriaco, concentra la sua attenzione sulla letteratura incominciando ad impostare quello che sarà il suo capolavoro e cioè “Le confessioni di un italiano”, un’opera che verrà pubblicata postuma soltanto nel 1867 dall’editore Lemonnier con il titolo rivisto “Le confessioni di un ottuagenario”. Ma la vecchia passione politica ritorna ad animare la sua mente e i suoi progetti. Nel 1859 aderisce come volontario ai Cacciatori delle Alpi di Giuseppe Garibaldi e partecipa alla Seconda guerra di indipendenza. Ormai il dado è tratto e Ippolito Nievo che ha conquistato la fiducia personale del generale Garibaldi è uno dei primi ad aderire al progetto della spedizione dei Mille. Sarà il numero 690 nell’elenco dei partecipanti. Da quel momento iniziò… l’ultima fase della sua breve vita. Sbarcato a Marsala ha modo di distinguersi per coraggio e determinazione nella battaglia di Calatafimi e quando i Mille occupano Palermo viene nominato “intendente di prima classe” della spedizione, con incarichi amministrativi, diventando di fatto il vice di Giovanni Acerbi, il gran capo dell’intendenza di tutta la spedizione. Una volta completata la conquista del Regno delle due Sicilie, il giovane Colonnello  ricevette l’incarico di portare tutti i faldoni contenenti la contabilità della spedizione a Torino, dove il governo voleva fare quello che oggi chiameremmo un audit, sui costi sostenuti e sui finanziamenti ricevuti dagli uomini di Garibaldi. In quel febbraio-marzo del 1861, nel Parlamento del Regno sabaudo si discuteva sull’inquadramento nell’esercito regolare piemontese dei garibaldini: i conservatori si opponevano fieramente a quel progetto che invece era portato avanti dalla sinistra che voleva riconoscere a quegli uomini che avevano compiuto quella straordinaria impresa agli ordini di Garibaldi, il titolo di soldati dell’esercito sabaudo. La verifica sulla contabilità della spedizione era dunque uno spunto per mettere le mani su come era stato gestito il denaro e sull’eventuale accertamento di abusi e scorrettezze da parte di Garibaldi e dei suoi uomini che avrebbero ovviamente offerto ai conservatori una magnifica opportunità per respingere la proposta di far entrare i garibaldini di diritto nell’esercito del regno.

In questo clima politico molto teso e contrastato, inizia l’ultimo viaggio del nostro protagonista. È il 4 marzo 1861 quando il piroscafo “Ercole”, con a bordo una settantina di persone, inizia il suo viaggio verso il nord con prima destinazione Napoli. A bordo dell’Ercole ci sono il ventinovenne Colonnello Ippolito Nievo, alcuni dei suoi più stretti collaboratori come lo scrivano contabile Fontana, i due maggiori Maiolini e Salviati, il direttore generale dell’intendenza, Sorretta. Il team dell’intendenza garibaldina aveva con sé un carico di diverse casse contenenti documenti, lettere, resoconti di gestione, fatture, ricevute di pagamenti e forse denaro o, addirittura, si è ipotizzato dell’oro. Dopo la sosta a Napoli, l’Ercole avrebbe dovuto raggiungere Genova da dove Nievo e i suoi compagni si sarebbero trasferiti poi a Torino per consegnare quelle casse di documenti all’intendente generale Giovanni Acerbi che aveva chiesto di visionare tutti i conti della spedizione garibaldina, per le ragioni che vi ho appena esposto. Si parla di finanziamenti segreti effettuati dal governo a favore di Garibaldi ma si parla anche di finanziamenti  provenienti dall’Inghilterra con l’intermediazione di uomini d’affari dell’isola, collegati anche a cosche mafiose.

Insomma, a Torino, la politica attende con grande attenzione e curiosità l’arrivo di quei documenti per cercare di trovare spunti o prove utili al dibattimento sul futuro delle forze garibaldine dentro o fuori il regio esercito… ma non solo!

Ma questa attesa, non sarà premiata. L’Ercole non arriverà mai a Napoli. Durante la notte del 4 marzo del 1861, probabilmente al largo dell’isola di Capri, il piroscafo scompare. Non lascia tracce, non ci sono superstiti. Non se ne sa nulla. Gli unici che si accorgono che deve essere successo qualcosa alla nave sono i portuali napoletani che non la vedono arrivare nell’orario previsto. La prima curiosità di questa strana storia, è che soltanto 11 giorni dopo viene dato l’allarme e si incominciano le ricerche. Dobbiamo tener conto che in quei giorni l’attenzione di tutti è concentrata sulla proclamazione del Regno d’Italia e quindi tutti i giornali e tutti i mezzi di comunicazione sono monopolizzati da questo grande momento storico per tutti gli italiani. L’inchiesta sulle cause della sparizione della nave si conclude con un nulla di fatto. Non si riesce neanche a capire quale sia stata la zona di mare dove sia avvenuto il naufragio. In mancanza di elementi oggettivi passa la tesi che la nave sia affondata a causa di una tempesta improvvisa e violenta, anche se in quella notte non si registravano notizie di burrasche o addirittura di tempeste. Giustamente va ricordato che l’Ercole era una nave vecchia, con oltre trent’anni di navigazione; costruita in Inghilterra per andare a vela ma poi trasformata in nave a vapore. Aveva già evidenziato in precedenti viaggi problemi allo scafo, alle caldaie e anche alle ruote a pale che ne rappresentavano la propulsione.

A fronte di questa versione ufficiale e tendenzialmente risolutiva, ci furono però alcuni che incominciarono a parlare di sabotaggio, di un complotto mirato a togliere di mezzo un piroscafo che aveva a bordo della documentazione imbarazzante per molti soggetti anche autorevoli, italiani e stranieri. Queste ipotesi dissonanti tengono aperta la questione e alla fine del 1861 quando vengono pubblicati i risultati delle varie indagini del Ministero della Guerra si scopre che ci sono almeno cinque possibili versioni dell’accaduto. Le racconta con “grande efficacia” Ferruccio Venturoli che ha approfondito il dossier. Secondo il ministero, l’Ercole è affondato per un incendio a bordo; per gli organi di stampa siciliani è affondato invece per capovolgimento a causa della tempesta in corso; per i giornali napoletani la nave era naufragata nel mare di Ischia, con i cadaveri portati a riva dalle onde. Ambienti borbonici continuavano invece a parlare di dirottamento o sabotaggio. Dunque, alla fine, l’Ercole sembrerebbe affondato per cause naturali. Lo scafo non ha retto alla violenza della tempesta o forse è esplosa la caldaia. Viene fuori anche la testimonianza del capitano Paynter, comandante di una nave inglese su quelle rotte quella notte, che dichiarava di aver “avvistato il relitto a 150 miglia da Palermo, davanti alle coste della Calabria e quindi non vicino né a Capri né a Ischia”.

In questa sostanziale situazione nebulosa, con da una parte un accertamento che parla di un naufragio causato anche dall’anzianità del piroscafo e dai suoi acciacchi e dall’altro di un possibile naufragio “spintonato” da qualche “manina” che non voleva che quei dossier sulla contabilità della spedizione dei Mille raggiungessero Torino, riemerge il classico interrogativo di vicende analoghe: cui prodest? Chi si sarebbe avvantaggiato del naufragio e quindi della scomparsa del suo carico? Chi avrebbe avuto interesse a far sì che la contabilità della spedizione custodita da Ippolito Nievo e dai suoi collaboratori non arrivasse mai nelle mani dell’Intendente generale Giovanni Acerbi?

E torniamo così all’interrogativo che ci siamo posti all’inizio di questo racconto: ma chi fornì a Garibaldi le risorse finanziarie per organizzare la spedizione prima e per comprare il consenso dei siciliani poi, corrompendo tra l’altro molti dei generali dell’esercito borbonico? La storiografia si è sbizzarrita ad approfondire vari scenari. Secondo Venturoli, Garibaldi aveva potuto contare sull’Inghilterra che da tempo seguiva con interesse e simpatia le sue imprese fin dai tempi del Sudamerica. Lo scrive lo stesso Garibaldi nelle sue memorie “Londra era la sua grande amica e protettrice”. Per uscire dalle varie interpretazioni che si sono fatte sui possibili moventi di quel complotto, è stato accertato dal punto di vista storico che l’Inghilterra, una volta alleata dei Borboni di Napoli, negli ultimi anni si era allontanata dai sovrani del Regno di Sicilia, anche a causa di certe decisioni (come la fine del monopolio sull’esportazione dello zolfo) di Ferdinando II che sin dal 1830 aveva mostrato fastidio verso quella sorta di soffocante protettorato inglese nei confronti del regno. Ragionando in termini prospettici, Palmerstone, il Ministro degli Esteri londinese, non vedeva con gran favore l’esistenza di una Marina militare borbonica forte e ben armata in quel Mediterraneo, allora marginale nei traffici ma che sarebbe diventato, una volta portato a termine il fantascientifico per allora progetto del Canale di Suez (i lavori erano cominciati proprio nel 1859), un mare strategico per i commerci e per il consolidamento dei traffici delle colonie inglesi d’oltremare. Dunque, questo è il ragionamento che si è fatto, Londra vedeva molto bene una spedizione garibaldina che potesse decapitare il Regno delle due Sicilie, togliendo di mezzo un pericoloso concorrente militare ed economico nel futuro del mare Mediterraneo. Di qui i corposi aiuti che Londra, in modo più o meno occulto, fece arrivare a Garibaldi sia in fase di preparazione sia in fase di esecuzione della sua straordinaria operazione, con la costituzione della “legione britannica” con un centinaio di inglesi armati agli ordini di Garibaldi.

Non dimentichiamoci poi un’altra prova evidente dell’appoggio di Londra all’impresa delle camicie rosse. Garibaldi riuscì a sbarcare a Marsala senza praticamente sparare un colpo grazie alla presenza delle navi da guerra inglesi Argus e Intrepide, all’ancora proprio nella baia davanti al porto di Marsala, che si schierarono proprio a protezione del Lombardo e del Piemonte, permettendo loro uno sbarco incruento. Una presenza quindi che aveva protetto lo sbarco dei Mille dal rischio di cannoneggiamento da parte dalla flotta napoletana e dai cannoni costieri borbonici che non potevano permettersi il rischio di cannoneggiare delle navi di un “quasi” o ex alleato. Infine, lo stesso Camillo Cavour aveva finanziato le varie campagne militari contro gli austriaci, ricorrendo ad un forte indebitamento verso i banchieri inglesi. Nel 1861, il regno di Sardegna era oberato di debiti nei confronti delle grandi banche inglesi. Il fatto di avere una forte posizione creditoria nei confronti del regno di Sardegna garantiva a Londra una sicura e condivisa alleanza tra i due paesi e dei rapporti economici e commerciali sicuramente virtuosi….perchè se no……

Vale la pena riportare anche un ulteriore interpretazione di quell’evento. Il ruolo della massoneria inglese. Venturoli ci ricorda che Garibaldi si era iscritto fin dai tempi delle sue scorribande in America latina e tra l’altro sarebbe stato poi nominato Gran Maestro nel 1864. E fu proprio attraverso la potentissima massoneria britannica che il governo di Londra rifornì di denaro l’eroe dei due mondi. Quel denaro che sarebbe servito a Garibaldi per corrompere politici e militari, arruolare altri volontari ed acquistare altre armi come le 23.500 carabine dall’americana Colt che si aggiungevano alle 100 pistole e ai 200 fucili regalati proprio dal Colonnello Colt personalmente a Garibaldi… tra massoni ci si capisce e ci si aiuta. Ci furono anche i finanziamenti pervenuti dalla massoneria internazionale attraverso l’istituzione nel 1859 del “Garibaldi Fund” per raccogliere fondi a favore della causa che in Inghilterra era molto sentita e sostenuta anche a livello popolare. Gli inglesi anche per monitorare e controllare le decisioni e i movimenti di Garibaldi e dei suoi garibaldini avevano assoldato alcune “spie” soprattutto tra i garibaldini inquadrati nelle legioni estere ungherese e britannica e quindi potevano contare su relazioni puntuali e aggiornate sul rispetto di Garibaldi delle intese precondivise con Londra. 

E Cavour? Quale fu il ruolo del Conte nel finanziamento di un’operazione che lui all’inizio non voleva e vide sempre con grande preoccupazione, considerandola un’azione rischiosa che poteva portare a complicazioni diplomatiche con le potenze europee senza dimenticare a pericolose derive repubblicane. La posizione ufficiale del capo del governo di Torino non fu mai chiarissima anche se è certo che ebbe l’appoggio convinto, sempre non formale di Vittorio Emanuele II e di gran parte del governo. Sapevano del piano di Garibaldi e sapevano anche come l’avrebbe realizzato e con quali finanziamenti. Cavour inviò il suo uomo di fiducia, Giuseppe La Farina a controllare Garibaldi. La Farina svolse un ruolo fondamentale nell’introdurre Garibaldi nel peculiare establishment siciliano prima e napoletano poi, riportando sempre e con grande puntualità a Cavour tutti i passaggi soprattutto politici che il generalissimo stava per realizzare o che avesse in mente di mettere in atto.

Torniamo dunque alla tragica morte di Nievo e alla scomparsa delle sue famose casse con la contabilità dei Mille. È possibile che in quei faldoni non ci fossero soltanto ricevute fatture o altre documentazioni contabili, ma ci fossero anche documenti che sarebbero dovuti rimanere segreti e che potevano attestare come, per esempio, Cavour, ufficialmente contrario all’impresa, ne fosse stato il regista occulto, colui che fornì a Garibaldi denaro, armi, informazioni e relazioni con uomini importanti del Regno delle Due Sicilie. Documenti che però potessero dimostrare il coinvolgimento diretto del governo di Londra o della massoneria, tutti ufficialmente estranei ad un supporto materiale all’impresa di Garibaldi.

Sono tanti dunque i soggetti a cui avrebbe fatto comodo che quella nave col suo carico “scomodo” fosse finita in fondo al mare in un punto imprecisato del Tirreno.

Il naufragio fu anche oggetto di una verifica di un discendente di Ippolito, Stanislao Nievo che cent’anni dopo quell’evento scrisse un romanzo avanzando l’ipotesi che il naufragio fosse stato causato da un attentato, il cui movente potrebbe essere la volontà di nascondere il ruolo giocato da finanziamenti internazionali, in particolare del Regno Unito, a favorire la spedizione dei Mille. Stanislao Nievo si immerse personalmente al largo di Capri a bordo di un batiscafo per cercare di trovare il relitto dell’Ercole. Ma la ricerca non ebbe successo. Il suo romanzo “Il prato in fondo al mare”, uscito nel 1974 vinse il prestigioso premio letterario Campiello.

Il mistero rimane dunque tale: gli indizi sui quali costruire della dietrologia, più o meno ragionevole, sono tanti. Quello di Ippolito Nievo credo che rimarrà il primo grande mistero insoluto della storia dell’Italia unita.

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