Oggi vi voglio raccontare una delle più grandi fake news sul fronte militare del secolo scorso. Una ricostruzione della famosa liberazione di Benito Mussolini al Gran Sasso, assolutamente falsa che ha però creato il mito di un anonimo ma furbissimo ufficiale tedesco Otto Skorzeny a cui fu accreditato, per ragioni di propaganda, il ruolo di “regista” di quel clamoroso e incruento blitz che permise a Hitler di liberare il suo vecchio amico e alleato Benito Mussolini di cui aveva un estremo bisogno per arginare e gestire il post 8 settembre 1943 e cioè il tradimento italiano.
Una storia svelata soltanto pochi anni fa che ci offre un esempio clamoroso di una manipolazione informativa che ha creato un mito, assolutamente fasullo, che però il protagonista ha poi saputo cavalcare, raccogliendo  gloria e onori, anche nel dopoguerra, con gli ex nemici americani. La storia di Otto Skorzeny è davvero paradigmatica in questo senso.

Ma ripartiamo dall’inizio.

Fin dalle prime ore del mattino del 9 settembre 1943, Adolf Hitler ordinò l’immediata esecuzione del Piano Achse, il nome in codice del progetto, già da tempo elaborato nei minimi dettagli dallo Stato Maggiore tedesco, per controbattere un eventuale uscita dell’Italia dalla guerra, neutralizzare le sue forze armate schierate nei vari teatri bellici del Mediterraneo e occupare militarmente la penisola italiana. Ma a Hitler questo non bastava. Per il Fuhrer bisognava dare un segnale a tutti quegli italiani che si sentivano ancora fascisti e quindi traditi dal Re in fuga da Pescara, che non tutto era perduto. Che i tedeschi li avrebbero aiutati a ricostituire uno Stato nell’Italia centrale e settentrionale che desse continuità al regime fascista. Nei giorni immediatamente successivi alla proclamazione da parte del maresciallo Badoglio dell’armistizio intervenuto con gli alleati, Hitler non sapeva ancora dove fosse stato imprigionato il suo amico e alleato Benito Mussolini e quindi non poteva realizzare il suo progetto di impostare su di lui la nascita del nuovo stato fascista post-armistiziale. C’era bisogno di individuare un leader carismatico che riscuotesse la fiducia dei fascisti italiani e che potesse guidare questa ricostruzione del regime. Hitler, su suggerimento anche di Dollmann, pensò a Farinacci, il più duro e rigoroso Ras del cerchio magico intorno al Duce. Ma poi, nel giro di poche ore lo scenario si modificò. Quando la Gestapo, la polizia segreta tedesca, intercettò un messaggio cifrato inviato da Gueli, responsabile della sicurezza del Duce a Campo Imperatore, al capo della polizia Carmine Senese, in cui si esplicitava che le misure di sicurezza intorno al Gran Sasso erano ultimate, Herbert Kappler si sfregò le mani: grazie a quella intercettazione aveva individuato il luogo dove era stato recluso, in un albergo di Campo Imperatore, Benito Mussolini. Kappler informò istantaneamente il Fuhrer che ordinò l’immediata esecuzione dell’operazione speciale “Eiche” (Quercia) che prevedeva la liberazione del Duce da parte di un gruppo scelto di paracadutisti che avrebbe realizzato l’operazione di esfiltrazione del prigioniero. Hitler, come detto, voleva dimostrare a  tutto il mondo che l’ Asse “continuava ad esistere” anche dopo l’armistizio firmato dal governo italiano. A tal fine il dittatore nazista aveva bisogno che Mussolini fosse liberato e tornasse nel suo ruolo di leader del partito fascista, radunando le forze in Italia settentrionale, dove avrebbe poi proclamato la Repubblica Sociale di Salò. Il generale Kurt Student, comandante dei paracadutisti della Luftwaffe, ebbe l’ordine di eseguire il piano Eiche. Era previsto l’atterraggio di 10 alianti sull’altopiano antistante l’albergo dove era stato recluso il Duce. I paracadutisti, al comando del maggiore Harald-Otto Mors avrebbero attaccato di sorpresa il corpo di guardia schierato intorno al sito per poi liberare Mussolini. Altri militari tedeschi avrebbero occupato e presidiato la stazione alla base della funivia di Fonte Cerreto da cui si raggiungeva Campo Imperatore, in modo tale da impedire l’accesso a chiunque. Al reparto di SS sarebbe spettato il compito di proteggere la zona di atterraggio degli alianti. Secondo la ricostruzione storica che si tramandò per anni, fu Himmler, il comandante supremo delle SS, ad imporre il coinvolgimento di un proprio reparto nell’operazione. Vennero quindi mobilitati 16 effettivi della Wafen-SS, specializzati in operazioni di spionaggio, sabotaggio e infiltrazione dietro le linee nemiche al comando di Otto Skorzeny. 

L’atterraggio degli alianti andò benissimo e la sorpresa del blitz colse di sorpresa gli italiani. Molti storici hanno sottolineato che sarebbe bastato una resistenza normale per respingere i commandos tedeschi, ma questa non ci fu.

E qui si registra la prima sorpresa, apparentemente marginale ma che sarebbe poi stata decisiva per la propaganda nazista. Sull’altopiano di Campo Imperatore arrivarono per prime le SS che, non rispettando gli ordini, si lanciarono verso l’albergo senza trovare alcuna resistenza da parte delle guardie che dovevano sorvegliare la prigionia di Mussolini. A questo proposito pare che i militari italiani avessero ricevuto l’ordine di non aprire il fuoco proprio dal capo della polizia, il prefetto Carmine Senise. A questo punto mi sembra doveroso aprire una parentesi rispetto alla cronaca di quelle concitate ore. Vi ho parlato di una intercettazione telefonica operata dalla Gestapo di Kappler a Roma che permise ai tedeschi di individuare il luogo dove era detenuto Mussolini. C’è, però, un’altra versione sulla fonte che permise ai tedeschi di organizzare e realizzare il Piano Eiche. Una versione scritta per la prima volta da Ruggero Zangrandi, riguardo all’esistenza di un presunto accordo intervenuto nella notte tra l’8 e il 9 settembre tra il Governo italiano e il Comando tedesco di Kesselring, denominato da Zangrandi il “Patto Scellerato” che prevedeva, da un lato, la possibilità per il Re e la sua corte, con il governo italiano, e il Comando supremo militare di lasciare Roma con destinazione sud senza problemi (cosa che avvenne nonostante i posti di blocco tedeschi sulla via Tiburtina) e, dall’altro, l’impegno del comando militare italiano a non dare istruzioni alle Forze Armate  sulla resa, lasciandole sostanzialmente alla mercè dei tedeschi, con anche il rilascio dell’informazione segretissima relativa a dove si trovasse prigioniero Benito Mussolini. Il Patto Scellerato non venne mai confermato da nessuno dei protagonisti, ma come ho scritto in un libro in cui ho ricostruito la teoria di Zangrandi, lo stesso professor Raimondo Luraghi, uno storico che visse da testimone la tragica cronaca di quei giorni in Italia, raccogliendo nel dopoguerra le testimonianze di tutti i protagonisti, lo stesso Luraghi, dicevo, che non aveva mai creduto nel teorema del Patto Scellerato, alla fine mi disse: “E’ indubbio che nonostante le smentite dei protagonisti, tutti gli indizi raccolti possono costituire un principio di prova”. In ogni caso, sia che l’informazione ai tedeschi fosse arrivata dai vertici politici e militari italiani oppure da una intercettazione telefonica, poco importa. Hitler colse la palla al balzo e fece organizzare in poche ore la liberazione del suo amico Benito.

Ma torniamo alla cronaca di quel pomeriggio del 12 settembre 1943. La ricostruzione ufficiale di quell’evento, certificata nei filmati realizzati in diretta da alcuni dei militari tedeschi partecipanti al blitz, ci racconta che il Duce fu liberato in modo assolutamente incruento. Mussolini fu portato a bordo di uno dei due FIeseler Fi 156 (i piccoli aerei denominati “Cicogna”) inviati da Student sul Gran Sasso a supporto dell’operazione, pilotato dal capitano della Luftwaffe Heinrich Gerlach, uomo di fiducia di Student. E qui si registra la seconda sorpresa: il piccolo aereo poteva trasportare solo un passeggero ma dopo varie insistenze, facendo pesare il proprio potere, Skorzeny ottenne il permesso di salire a bordo con Mussolini. La pista corta, l’aria rarefatta e il peso in eccesso sul veicolo, costrinsero Gerlach a decidere di far trattenere le ali da alcuni soldati fino a raggiungere il massimo regime del motore. Ad un segnale, lasciato libero, l’aereo scattò in avanti, prese quota e si diresse verso Pratica di Mare. A quel punto Mors poté comunicare a Student  “Missione compiuta. Il Duce è partito”.

Alle 16:15 di quel pomeriggio, l’aereo “Cicogna” con a bordo Mussolini e Skorzeny, raggiunse Pratica di Mare e gli occupanti si trasferirono su un altro veicolo, un Heinkel He 111 diretto a Vienna. Dalla capitale austriaca, Mussolini il giorno dopo fu trasferito a Monaco dove incontrò la moglie e i figli. Il 14 settembre Mussolini raggiunse la “tana del lupo” dove lo aspettava il suo salvatore, Adolf Hitler. La stessa sera il Duce potè rivedere anche i gerarchi fascisti che si erano nel frattempo rifugiati in Germania tra cui Pavolini, Ricci, Farinacci, Buffarini Guidi e Preziosi. Nei due giorni seguenti, Mussolini, Hitler e vari ministri ebbero ripetuti colloqui per creare le basi per la rinascita di un nuovo stato fascista nell’Italia settentrionale, sotto il controllo delle autorità nazista. 

La terza sorpresa di questa ricostruzione accadde all’aeroporto di Vienna, all’arrivo dell’aereo con il Duce a bordo. Appena atterrato, Skorzeny si precipitò a chiamare   immediatamente Ernest Kaltenbrunner, responsabile dell’ufficio centrale per la sicurezza del Reich, raccontandogli nel dettaglio la sua versione di quanto era accaduto in Abruzzo e il suo ruolo determinante nell’operazione. Successivamente, sempre quella sera, Skorzeny ricevette le congratulazioni prima da Himmler e poi da Hitler in persona che gli assegnò, caso più unico che raro, in quello stesso giorno la Croce di Cavaliere e lo promosse al grado di Maggiore. La sera stessa del 12 settembre 1943, il radiogiornale tedesco diramò i particolari dell’operazione, elogiando il semi sconosciuto Skorzeny che era diventato in poche ore “un eroe per la Germania nazista”. Come ha scritto lo storico Marco Patricelli (“Liberate il duce”, Mondadori, 2002), a proposito di questi riconoscimenti “L’ironia della sorte, risiedeva nel fatto che, nell’unica impresa della sua pur audace carriera che non fosse frutto del suo ingegno, ma della quale non era stato neppure realmente protagonista, fu decorato”.

Già, perché proprio qui sta il bello di questa eroica e strampalata storia. Hitler e il Comando supremo tedesco avevano bisogno di risollevare il morale della popolazione tedesca, profondamente depresso dopo i rovesci in Russia e in Sicilia. L’occasione della liberazione del Duce fu proprio enfatizzata per tenere alto il morale dell’esercito e del popolo tedesco con esempi di efficienza e audacia. Gli organi di propaganda utilizzarono la versione, assolutamente fasulla, di Skorzeny, facendolo diventare il protagonista dell’operazione a danno dei veri registi del blitz, il generale Student e il Maggiore Mors. Skorzeny, per volere di Hitler, come detto, fu promosso al grado di Maggiore delle SS e gli fu affidato il comando della sezione S (operazioni speciali) dell’intelligence tedesco.

Dopo il blitz sul Gran Sasso, Mors fu subito trasferito sul fronte orientale per mettere a tacere le sue persistenti proteste sull’operato di Skorzeny. Sul finire del 1945, al termine del conflitto, c’erano ben pochi superstiti che potessero contraddire la versione dell’ormai famosissimo Skorzeny divenuto nel frattempo l’uomo di fiducia del Fuhrer per le missioni speciali. Ne ricordiamo alcune come l’operazione mirata alla cattura di Tito, che poi fallì. La durissima repressione che si verificò a seguito del fallito attentato a Hitler del 20 luglio 1944, quando Skorzeny organizzò un’unità speciale delle SS a Berlino per incarcerare e torturare tutti i presunti partecipanti al tentativo di golpe. Nell’ottobre del ‘44, quando Skorzeny prese come ostaggio a Budapest il figlio del dittatore reggente d’Ungheria, l’ammiraglio Horthy: lo ricattò portandolo in Germania e impedendo così al reggente di siglare un accordo di armistizio con le forze sovietiche. Per questa impresa, il 22 ottobre 1944 fu promosso Colonnello e incaricato durante l’ultimo tentativo di controffensiva delle Ardenne, nel dicembre dello stesso anno, di occupare alcuni ponti strategici sulla Mosa, con un’unità speciale di commandos da lui stesso organizzata e diretta che includeva nei suoi ranghi anche dei soldati tedeschi in uniforme americana, reclutati tra coloro che sapevano parlare l’inglese con un accento dignitoso (operazione Greif).

Dunque, l’eroe della liberazione di Mussolini era diventato un eroe nazionale, un mito nelle forze armate naziste.

Skorzeny fu catturato dagli americani nel maggio del 1945 e fu successivamente e clamorosamente assolto da tutte le accuse per crimini di guerra. Come mai? L’accusa si basava fondamentalmente sull’impiego illecito in guerra di uniforme nemiche avvenuto appunto durante l’operazione Greif. La difesa di Skorzeny si batté sulla liceità dell’utilizzo di uniformi del nemico per creare caos e panico, purché l’uniforme fosse poi stata tolta quando si fossero iniziati i combattimenti. La difesa utilizzò anche il “tu quoque” già protagonista durante il processo di Norimberga: anche gli alleati avevano utilizzato infatti uniformi tedesche in Ungheria e ad Aquisgrana e non furono per questo fucilati. Otto Skorzeny fu assolto e riuscì a fuggire in Spagna, allora governata da Franco, di cui il nostro era sempre stato un sostenitore.

Ma vi è un’altra sorpresa, perlomeno inquietante. Nell’immediato dopoguerra Skorzeny veniva  coinvolto dall’intelligence americano nella costituzione e gestione dell’organizzazione segreta Gehlen, una branca dei servizi segreti tedeschi durante la guerra, poi inserita tra le organizzazioni di intelligence, fiancheggiatrici della CIA. A questo proposito in uno dei prossimi contributi vi racconterò la straordinaria storia di Adriano Monti, un italiano che fece parte della Gehlen e che una volta scoperto una ventina di anni fa (era in sonno da una trentina d’anni) scrisse un libro sulla sua esperienza dal titolo “Nome in codice Sigfried “, una storia ai confini della realtà, in cui compare anche Otto Skorzeny. Skorzeny scrisse alla fine degli anni ‘60 la sua autobiografia che uscì anche in Italia nel 1970 per le Edizioni del Borghese con il titolo “Vivere pericolosamente”.

 Morì di cancro in Spagna il 5 luglio del 1975, a 68 anni.

E il povero Maggiore Mors, il vero protagonista della liberazione del Duce e dell’organizzazione del blitz sul Gran Sasso?

Nel dopoguerra tornò in servizio nell’esercito. Nel ‘56 fu assegnato all’intelligence della Nato. Nel 1973, divenuto funzionario del servizio segreto tedesco (BND), contestò pubblicamente la versione di Skorzeny. Mors volle pubblicamente ribadire che l’operazione speciale che portò alla liberazione di Mussolini era stata “un affare puramente della Wehrmacht” e non delle SS.. Contrariamente a quanto sostenuto da Skorzeny, Mors precisò di non aver comandato soltanto il reparto secondario che occupò la stazione alla base della funivia per Campo Imperatore, ma fu l’ideatore del piano d’assalto e il comandante sul campo, responsabile dell’intero reparto protagonista dell’impresa. Come d’altronde confermò anche il Comandante tedesco Student, il superiore di Mors che specificò: “Autorizzai Skorzeny a partecipare alla missione come osservatore politico, senza nessuna facoltà di impartire ordini”.

Furono proprio gli uomini del Maggiore Mors, una volta partito il velivolo con Mussolini a bordo, a dare alle fiamme gli equipaggiamenti e gli alianti che non potevano essere riportati a valle. Verso sera, i soldati tedeschi iniziarono il trasferimento verso valle con la funivia e si accamparono nei dintorni della stazione di base. La mattina del 13 settembre, Mors ricondusse la colonna motorizzata a Frascati senza alcun contrattempo. 

Tutto il resto fu una fake news promossa da Skorzeny e ratificata da Hitler.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.