Sarebbe opportuno porsi il problema in anticipo.
Analizzare le criticità e costruirci intorno delle possibili soluzioni.
Invece questo non sta accadendo.
Ad esempio, in campo economico, nessun partito si sta ponendo la più banale delle domande: come aumentare la produttività del Paese?
Tra meno di un anno si andrà a votare per il rinnovo delle Camere e l’incertezza sul futuro della nostra politica economica è quasi imbarazzante.
Siamo praticamente fermi da trent’anni: da dieci, la crescita potenziale italiana, la condizione ipotetica cioè in cui lavoro e capitale sono pienamente impiegati, è inferiore a zero.
Da vent’anni la produttività totale dei fattori, l’indicatore che misura l’efficiente combinazione di capitale-lavoro dà un contributo molto negativo alla crescita.
Il prodotto interno del Paese è di sette punti inferiore a quello di quindici anni fa.
Non c’è nessun altro Paese, tra quelli occidentali, che si trovi in condizioni simili.
Il tema che dobbiamo tenere ben presente è che nessuna società democratica regge all’infinito in una permanente condizione di riduzione del benessere.
Questo è il tragico quadro di riferimento di cui le forze politiche italiane dovrebbero tener conto nel momento in cui affrontano una campagna elettorale importante come quella che si è già scatenata davanti ai nostri occhi.
Purtroppo, gli argomenti discussi, i confronti intervenuti, le polemiche innescate hanno avuto, finora, ben altri contenuti: misere rappresentazioni di beghe interne a quasi tutti i partiti, con dibattiti più incentrati sull’autoreferenzialità dei vari leader che non sui drammatici problemi che deve affrontare il nostro Governo e quindi, a maggior ragione, il futuro vincitore delle elezioni politiche del prossimo anno.
Inoltre, per arricchire questo quadro “dell’assurdo”, dobbiamo sempre ricordarci, come abbiamo di recente scritto su queste colonne, che sarebbe necessaria per non dire obbligatoria, una nuova stesura della legge elettorale, da riscriversi alla luce degli esiti del referendum del settembre 2020, del contesto politico attuale e delle varie indicazioni via via emanate dalla Corte Costituzionale che ha dovuto agire troppo spesso in via sussidiaria rispetto all’inattività o distrazione del Parlamento.
In questo contesto delicato, spinoso, poco serio, abbiamo provato ad individuare alcune priorità fra le tante che il vincitore delle prossime elezioni dovrà gestire: (i) il sempre maggior distacco tra il paese reale e la sensibilità dei partiti che ha portato ormai i livelli dell’astensionismo a vette preoccupanti, (ii) la strada obbligata, almeno apparentemente, che il governo dovrà seguire per non rischiare di perdere i fondamentali benefici del PNRR; (iii) una possibile politica estera che tenga conto della nuova configurazione delle geo-mappe internazionali, originata anche dalla guerra in Ucraina ma soprattutto dalla volontà della Cina di diventare il centro vitale del nuovo Villaggio Globale; (iv) una politica economica che affronti davvero, e non solo a parole, il tema della riduzione delle disuguaglianze esistenti nel Paese, ormai assolutamente inaccettabili e tali da riattivare la deriva del populismo demagogico e qualunquista.
Come arginare l’astensionismo dilagante
Anche per le elezioni comunali l’affluenza alle urne è diminuita sensibilmente (Referendum a parte, in quanto ha fatto storia a sé).
In dieci anni i votanti sono diminuiti di 15 punti percentuali (al primo turno) e addirittura di altri 10 punti percentuali nel secondo turno con notevoli difformità a seconda delle zone geografiche.
Il dato drammatico è che questo distacco dalla politica deriva dalla sfiducia, anche a livello locale, anche, come detto, nelle elezioni amministrative del proprio sindaco, nella possibilità cioè di influire sui corpi politici ai diversi livelli. Oppure, come ha scritto Sabino Cassese, l’assenteismo nasce dalla insoddisfazione per le proposte dei partiti soprattutto quando sono formulate in modo generiche o manifestatamente demagogico.
In questo modo, quello straordinario diritto di partecipazione alla vita democratica del proprio Paese, conquistato nei secoli con dure battaglie non solo politiche, si svuota di contenuto e ciascuno di noi rinuncia ad esercitarlo. Abdichiamo, così, al dovere civico di partecipare alla costruzione della politica della nostra nazione in quanto avviliti, sfiduciati e stanchi di una classe dirigente che ci ha portati a convivere con un Paese fermo, stanco e bloccato da ormai trent’anni.
In questo contesto è assolutamente necessario attuare una nuova legge elettorale e, nella consapevolezza che non sia l’elemento risolutivo di tutte le problematiche relative alla governabilità, dia però un segnale che almeno si intenda favorirla.
“La scelta del legislatore costituente – ha scritto Gerardo Villanacci su Il Corriere della Sera – di non predefinire una formula elettorale ritenendo che la stessa dovesse essere promulgata sulla base del contesto politico, sociale ed economico di riferimento, risulta essere oggi più che mai vincente… Quattro sistemi elettorali e due storiche pronunce della Corte Costituzionale dovrebbero bastare per cogliere l’opportunità di interventi che possano garantire continuità e rispetto del PNRR fino al 2026”.
La “strada obbligata” per salvare il PNRR
La domanda che si pongono tutti gli economisti è relativa alla situazione in cui si troverà il Paese una volta terminata (tra non molto…!) la stagione dei sussidi e dei contributi a fondo perduto.
In altri termini il periodo in cui il sistema economico italiano ha fruito di una immissione di denaro pubblico straordinaria finalizzata a ristorare almeno in parte i danni causati dalla pandemia e poi dal conflitto in Ucraina.
La risposta è difficile e grava su tutti l’angoscia che il prossimo sarà un autunno molto delicato per il nostro Paese sia dal punto di vista economico sia sociale.
Per fortuna, a nostro avviso, siamo in Europa e di fronte ad una certa latitanza o demagogia del nostro sistema partitico ci ha pensato la Commissione Europea a darci le raccomandazioni per poter rientrare legittimamente nei benefici del PNRR, un progetto fondamentale per sperare di riformare davvero il nostro zoppicante Paese.
Nel documento europeo vengono individuate le azioni da intraprendere per affrontare i punti di vulnerabilità dell’economia e gli orientamenti fiscali per il 2023.
“La cornice entro cui dovrà operare il prossimo governo – ha scritto Carlo Bastasin – è quindi già sostanzialmente definita. Una cornice appesa ad un chiodo ben saldo: la grande quantità di miliardi che l’UE trasferirà all’Italia. Non è facile immaginare che una maggioranza parlamentare, di un tipo o di un altro, possa staccare il chiodo dalla parete senza perdere il consenso dei cittadini che, come dimostra la ripresa, ne stavano beneficiando”.
A settembre sarà presentata la riforma del “Patto di Stabilità” che dovrebbe prevedere meno regole rigide e più dialogo tra Bruxelles e i singoli governi nazionali: “L’attenzione europea per l’ Italia – sottolinea sempre Bastasin – che da sola riceve un terzo dei fondi europei del PNRR, sarà certamente acuta e resteranno le sanzioni per chi non si atterrà al percorso concordato”.
Siamo dunque a rischio di esserci chiusi in una doppia trappola, economica e politica.
La prima è di aver reso insostenibile il debito e di far declinare conseguentemente il reddito delle famiglie con tutte le conseguenze sulla domanda interna e sulla coesione sociale.
La seconda è la trappola politica: in condizioni tanto difficili nessun governo ha il coraggio di cambiare le cose.
Solo il PNRR, valorizzato però al meglio e con grande attenzione selettiva, può rompere questo circolo vizioso.
Una suggestione per la nostra politica estera
La guerra in Ucraina ha riattivato il Grande Gioco.
Come stiamo analizzando nel suo divenire, proprio su queste colonne, la Cina e gli Stati Uniti stanno cercando di modificare il sistema delle influenze politiche internazionali, creando un nuovo sistema di alleanze e delle nuove mappe di geo-politica.
Stiamo assistendo, sempre più spesso, a singole nazioni anche dell’Unione Europea che agiscono in modo unilaterale per stringere accordi industriali con nazioni facenti parte di quell’area “grigia” e di quei paesi non allineati, almeno apparentemente, ad uno dei due blocchi della nuova Guerra Fredda.
Dentro questo nuovo contesto diplomatico si potrebbero aprire delle importanti opportunità per il nostro Paese a cui tutto il mondo riconosce autorevoli capacità diplomatiche, figlie di una grande scuola e tradizione.
Carlo Pelanda ha provato ad individuare alcune verticali che il nostro futuro governo potrebbe seguire per instaurare nuovi rapporti politici ed economici con quegli Stati dell’”area grigia” che rappresentano un mercato di cinque miliardi di persone.
In sintesi, volendo anche provocare un dibattito su questa tematica, Pelanda li articola così: (i) spingere di più sul piano politico l’attivismo estero dell’UE. I dati relativi ai trattati di libero scambio siglati dall’UE con Canada e Giappone stanno dimostrando un vantaggio per l’export italiano; (ii) rafforzare la collaborazione industriale con Giappone e Taiwan per prendere migliori posizioni nel Pacifico, nonché con Cile, Argentina e Brasile dove tra l’altro le comunità italiane sono molto numerose; (iii) rinforzare la presenza in Africa cercando di distinguersi come miglior partner economico delle nazioni africane; (iv) spingere per un bilaterale più forte in Sud Africa e ottenere lì una base per l’approdo delle nostre portaerei che stiamo proprio costruendo; (v) lanciare il progetto “Lago Adriatico” come zona speciale di collaborazione economica e ambientale tra tutte le nazioni costiere includendo Serbia, Ungheria e Austria; (vi) cercare il riconoscimento di partner nel Trattato di Abramo tra Israele e gli Emirati.
Secondo l’autore questa serie di obiettivi rinforzerebbe il nostro posizionamento internazionale
Se fosse poi intrapreso un progetto che valorizzasse le nostre agenzie specializzate (Sace e Simest) in un coordinamento generale, il nostro Paese potrebbe davvero assumere un ruolo competitivo per rafforzare e consolidare le nostre straordinarie PMI nella loro attività di esportatori.
In conclusione questo nuovo scenario che si sta delineando davanti ai nostri occhi a livello internazionale, potrebbe rappresentare per l’Italia una straordinaria opportunità per darsi finalmente una strategia politica e commerciale globale.
Riduzione delle disuguaglianze
Nel percorso tracciato nei precedenti punti, una priorità assoluta risiede nell’attuare una politica economica che riduca le insostenibili disuguaglianze esistenti soprattutto, ma non solo, tra il nord e il sud del nostro Paese.
Un importante segnale di avvio dovrebbe essere rappresentato dall’abolizione del cuneo fiscale (già trattato su queste colonne), da una vera, forte ed efficiente lotta all’evasione (troppe volte annunciata e mai eseguita) una riforma fiscale che attui al meglio il principio della progressività delle aliquote.
Tutto ciò però sarà possibile soltanto se sapremo davvero rimanere dentro la strada obbligata suggerita e raccomandata da Bruxelles.
“In Italia ci sono sei milioni di persone in povertà – ha detto proprio in questi giorni il Cardinale Matteo Zuppi neo Presidente della CEI – praticamente una su dieci, anche a causa della solitudine. L’Italia deve guardare all’Europa e l’Europa deve mostrare la bellezza della sua tradizione umanistica ad un mondo che qualche volta non riesce a capirla. La bellezza della democrazia non è scontata …Destra e sinistra mi sembrano categorie superate. La sfida è superarle e lavorare insieme. Tra le due parti ci sono spesso intolleranze ingiustificate mentre il punto è trovare risposte per tutte se no tutto sfocia in un ambiente elettrico”.
Sante parole … è proprio il caso di dirlo.