Dopo il 4 marzo e dopo 94 anni (1924) è tornata d’attualità la parola Aventino.

Il significato che i media e i politici danno a questa parola è: ritiro, rifiuto, indisponibilità ad accordi e altre definizioni dello stesso valore e significato. Di fronte a queste definizioni devo fare ricorso al lascito di quel grande linguista che fu Tullio De Mauro: “le parole hanno il dovere di essere capite prima di essere scritte o dette“.

Cerchiamo di capire, rifacendoci alla Storia, il giusto significato alla parola Aventino e il corretto valore politico di quella azione.

Siamo nel 494 a.C., la plebe, che nell’ apologo di Menenio Agrippa erano le membra, si ribellò, oberata dai debiti, ai patrizi, che nell’ apologo erano lo stomaco. La non collaborazione tra le membra e lo stomaco recava danno a tutto il corpo umano. La plebe ritirandosi sull’Aventino rivendicava condizioni di vita più eque e attraverso un suo potere (lo sciopero generale a oltranza), condizionava i patrizi costringendoli ad attività che mai avevano esercitato o non sapevano fare. La questione fu risolta quando la plebe ottenne l’istituzione dei Tribuni della plebe.

Riassumendo:

Si sale sull’ Aventino per rivendicare qualche diritto o qualche miglioramento alle condizioni date. Si sale sull’ Aventino se si ha un potere da contrapporre a un altro. Si sale sull’ Aventino se si ha il potere del fare che possa condizionare il potere contrapposto. Si sale sull’ Aventino decisi ad ottenere quello che si rivendica e quindi con una strategia definita e di lungo termine.

Questo fu l’Aventino della Repubblica romana.

Nella storia d’Italia abbiamo memoria dell’Aventino del 1924. Fu una sconfitta cocente perché quell’Aventino non aveva un potere da contrapporre al potere detenuto da Mussolini, non si preoccupò di cercare il sostegno della monarchia (assenza di strategia), la rivendicazione della libertà e del corretto gioco democratico-parlamentare non fu portata in piazza, ma rimase nel chiuso dei palazzi, il ritiro dalle aule del parlamento diede il via alla dittatura.

Venendo alla situazione attuale si minaccia di salire sull’Aventino avendo solo il potere di non far fare e non avendo il potere del fare. Ma il potere del non far fare è debolissimo perché quelli che hanno il potere del fare potrebbero fare insieme, escludendo il non far fare. La minaccia di salire sull’ Aventino è basata su quale rivendicazione? Ottenere il tanto peggio tanto meglio?

L’ Aventino del 494 a. C. funzionò perché la plebe aveva un reale potere contrattuale e rivendicazioni reali che compattarono tutta la plebe. Non mi pare che queste condizioni ricorrano nella situazione attuale.

La situazione attuale somiglia molto di più all’ episodio di Achille nell’ Iliade. Achille infuriato perché Agamennone gli ha sottratto Briseide, si ritira sotto la tenda e si rifiuta di partecipare alla guerra. Oggi qualcuno, solo perché è stato sconfitto dal voto popolare, vuole ritirare le sue truppe al grido di vedetevela voi, io non gioco. Non è un gioco infantile?

Comunque sia questo gioco al ritiro non somiglia in nessun modo all’Aventino, per cui sarebbe meglio chiamarlo Gianicolo, Monte Mario, Colle Oppio, sperando che non sia l’oppio dei popoli. Se nella sconfitta, un caso del tutto fortuito per il gioco dei numeri, ha determinato che tu potresti essere l’ago della bilancia, non puoi sottrarti a questa responsabilità e non puoi buttare la palla in tribuna, auspicando impossibili governi di tutti. Devi sederti a un tavolo ed ascoltare cosa hanno da dire. Poi se mai potrai esprimere il tuo rifiuto.

Non vorrei apparire supponente ma la politica non è mai rifiuto, non è mai chiusura definitiva, la politica è difesa delle proprie idee ascoltando gli altri che hanno idee diverse.

L’Aventino è un’altra cosa.

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