1969: LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA (SECONDA PUNTATA)

La tragedia di Piazza Fontana inaugura drammaticamente la lunga stagione degli anni di piombo e di tritolo. Abbiamo deciso di partire da quel dicembre del 1969 perché riteniamo che rappresenti il primo efferato episodio della strategia della tensione di matrice eversiva che vide protagonisti e alleati imprevedibili e inattesi.

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Franco Amato (“FA”): Il 12 dicembre 1969 ore 16:37: erano passati 24 anni dalla fine della II guerra mondiale e mancavano 12 giorni a Natale. A Milano, a pochi passi dal Duomo, in una banca esplode una bomba: 17 morti, un centinaio di feriti. È una strage.

Il 15 dicembre 1969, una folla di cittadini fuori dalla Cattedrale dove si celebrano i funerali. Si stima siano circa 300.000 persone, in un silenzio sovrumano, protette da decine di migliaia di operai delle fabbriche di Sesto San Giovanni, venuti in città a fare il servizio d’ordine.  Piazza Fontana segnò una cesura storica: all’epoca, né l’Ira né l’Eta avevano intrapreso azioni stragiste e la strage di Milano fu il fatto terroristico più̀ grave accaduto in Europa, secondo solo a un attentato dell’OAS in Francia (terrorismo legato alla decolonizzazione algerina). Una strage che segnò profondamente il nostro Paese e che, come vedremo, ebbe un lunghissimo strascico, di morte e di dolore, di polemiche e di condanne. Ma com’era l’Italia alla fine degli anni ’60?

La strage di Piazza Fontana rappresenta per il nostro Paese la fine dell’innocenza. L’Italia alla fine degli anni ’60 era come una signora un po’ stanca e disincantata. Il quinquennio del boom economico, terminato all’inizio degli anni ’60 era ormai un lontano ricordo e il Paese era stato attraversato negli ultimi due anni dalle proteste e dalle manifestazioni dei movimenti giovanili e da quelli operai. Il ’68 aveva lasciato un vento potente di cambiamento in un Paese che era fermo. La strage di Piazza Fontana riporta le lancette della storia indietro, verso la restaurazione. Fu avviata quella che si definisce la “strategia della tensione”, espressione coniata dal giornalista inglese Leslie Finer in un articolo sul periodico Observer in cui descriveva la situazione italiana poco prima di Piazza Fontana. Un’espressione è entrata subito nell’uso comune: l’uso di attentati terroristici indiscriminati, volti a diffondere tensione o paura nella popolazione, al fine di giustificare o indurre svolte politiche in senso autoritario o conservatore. Per esempio, l’arretramento a formule politiche che escludevano le sinistre), oppure svolgere una funzione stabilizzatrice del governo in carica.

Non una onnicomprensiva teoria del complotto ma “un quadro di opinioni e intenti in cui vennero realizzate azioni da soggetti in alcuni casi coordinati, mentre altri agivano in modo congruente con azioni altrui, in presenza di settori del potere che vedevano con favore soluzioni autoritarie e di strutture sottratte al controllo democratico” (Franco Ferraresi).

Riccardo Rossotto (“RR”): Parliamo di quello che accadde subito dopo l’attentato: le indagini condotte dal commissario Antonino Allegra, capo dell’Ufficio Politico, e dal commissario Mario Calabresi, entrambi della Questura di Milano, puntarono sul movimento anarchico. Venne fermato il ferroviere Giuseppe Pinelli, anarchico, che dopo quattro giorni di interrogatorio cadde dal quarto piano della Questura. La tesi della Polizia fu quella del suicidio ma secondo la sinistra e i movimenti fu ucciso. A dicembre Lotta Continua avviò sull’omonimo quotidiano una campagna martellante contro il commissario Luigi Calabresi: per più di un anno in ogni numero comparvero articoli, foto e vignette sull’accaduto. Sui muri di Milano apparvero scritte che chiedevano vendetta per Pinelli e accusavano Calabresi della sua morte.

FA: Il risultato fu l’uccisione del commissario Calabresi il 17 maggio 1972.

Nel gennaio del 2000, dopo 15 sentenze in 12 anni, la Corte d’Appello di Venezia considerò inammissibile la richiesta di revisione del processo per l’omicidio Calabresi e confermò la condanna a 22 anni di carcere per Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi, arrestati nel luglio del 1988 per le accuse di Leonardo Marino, ex operaio FIAT ed ex militante di Lotta Continua, che si era anche autoaccusato quale autista dell’agguato e aveva indicato Sofri e Pietrostefani), mandanti dell’omicidio e Bompressi l’esecutore materiale. In quanto ai processi, ne sono stati celebrati tre: (l’ultimo concluso nel 2005). Nessun condannato per strage. Condannati per favoreggiamento e falso ideologico (per aver favorito la fuga di neofascisti indagati) due ufficiali dei servizi segreti dell’epoca (Sid), Gianadelio Maletti e Antonio Labruna. Nel terzo processo è stata riconosciuta la responsabilità̀ del reo confesso e collaboratore di giustizia Carlo Digilio, esperto d’armi dell’organizzazione di estrema destra Ordine Nuovo. Le figure tragiche, oltre alle vittime della bomba, sono quattro: Giuseppe Pinelli, Pietro Valpreda, il commissario Calabresi e Adriano Sofri. Ma, in generale, depistaggi, collegamenti tra ambienti dell’eversione di destra con pezzi dello Stato “deviato” rinforzano nella sinistra extraparlamentare che quello Stato non può che essere abbattuto che con la violenza.

RR: C’è però un’apparente contraddizione. Nonostante il blocco del quadro politico in cui la “conventio ad excludendum” rendeva impossibile una vera alternanza di governo, il Parlamento era tutt’altro che immobile: la politica del decennio fu contraddistinta da una grande quantità̀ di riforme molto significative. Nel triennio‘69-’70 furono approvati alcuni provvedimenti riguardanti il mondo universitario, della scuola, delle fabbriche e della casa.

Il 5 aprile 1969 il Parlamento approvò la legge 119 di riforma dell’esame di maturità̀, che prevedeva che all’esame fossero presentate solo due materie allo scritto e due all’orale; a maggio venne approvata la legge 153 che introdusse la pensione sociale erogata dall’Inps ai cittadini ultrasessantacinquenni con un reddito insufficiente; con la legge 910 (legge Codignola) venne varata la piena liberalizzazione degli accessi universitari. L’anno successivo, il 20 maggio del 1970, la legge 300 varò lo Statuto dei Lavoratori, che estendeva una serie di tutele e di diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione anche all’interno delle fabbriche. Lo Statuto – votato dai partiti di centro-sinistra e dai liberali e l’astensione, con opposte motivazioni, del Msi da una parte, e di Pci, Psiup e Sinistra Indipendente dall’altra – proteggeva la libertà di opinione e la privacy dei lavoratori; garantiva il diritto alla salute, limitava le sanzioni disciplinari e, con il famoso articolo 18, stabiliva che il licenziamento del lavoratore potesse avvenire solo per giusta causa. Lo Statuto dispiegò i suoi effetti nel tempo sia per ciò̀ che concerne le condizioni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici sia per quanto riguarda i salari che ebbero, anche grazie alle rivendicazioni sindacali, una crescita record nei primi anni Settanta.

FA: Aggiungo che nel 1971, dopo un nuovo sciopero generale per la casa, il Governo approvò: alcuni provvedimenti sul ruolo centrale degli IACP (Istituto Autonomo Case Popolari); un piano triennale di finanziamento per l’edilizia pubblica in locazione; la possibilità̀ di esproprio anche alle zone già̀ edificate per esigenze di risanamento e nuove regole di indennizzo. L’anno dopo vennero regolati i canoni dell’edilizia pubblica, introducendo il concetto di canone sociale, e si cercò di fare ordine nei criteri di assegnazione degli alloggi. Questi provvedimenti contribuirono a ripristinare, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, una fragile pace sociale, ma l’onda d’urto del biennio ’68-’69 continuò a propagarsi grazie all’attivismo dei gruppi della sinistra extraparlamentare di cui facevano parte un consistente numero di militanti formatisi durante le lotte operaie e studentesche.

RR: Eppure fu proprio in quel periodo che iniziarono a formarsi i primi nuclei del terrorismo di sinistra. Dopo il ’68 e dopo l’attentato di Piazza Fontana, alcuni rappresentanti della sinistra comunista proveniente da esperienze differenti si convinsero che era in preparazione un golpe fascista e che era inevitabile passare alla lotta armata.  Nel 1969 nascono i gruppi “XXII Ottobre” a Genova e poi i GAP (Gruppi di Azione Partigiana) di Giangiacomo Feltrinelli, a Milano. L’editore paventava il rischio di un colpo di Stato ed era fautore dal 1968 di una strategia rivoluzionaria che facesse perno nella lotta armata. Come vedremo, le Brigate Rosse nascono nel 1970, dai Collettivi politici metropolitani ed altre esperienze. I fondatori sono Renato Curcio e Mara Cagol (entrambi di formazione cattolica, provenienti dal movimento studentesco dell’Università̀ di Trento), Alberto Franceschini e Prospero Gallinari (fuoriusciti dalla FGCI di Reggio Emilia, dove costituirono il cosiddetto “gruppo dell’appartamento”), a cui si aggiunse Mario Moretti (tecnico e sindacalista CISL alla Sit-Siemens). Milano è la loro prima base operativa. Giangiacomo Feltrinelli, uno dei più importanti editori italiani. Nel pomeriggio del 15 marzo 1972 fu trovato morto sotto un traliccio dell’alta tensione. a Cascina Nuova, una frazione di Segrate, in provincia di Milano. Il corpo aveva la gamba destra amputata sopra il ginocchio, le ferite erano in tutto il corpo. Attorno al corpo c’erano numerosi candelotti di dinamite, altri erano posizionati sul montante del traliccio, una batteria, un filo elettrico, una stanghetta d’occhiali, una torcia. Molti candelotti di dinamite erano già collegati ai montanti, legati col filo di ferro. La dinamica sembrò ai carabinieri piuttosto chiara: l’uomo voleva far saltare il traliccio ma qualcosa era andato storto, ed era morto in un’esplosione. Nella tasca del giubbotto i carabinieri trovarono una patente intestata a Vincenzo Maggioni, nato il 19 giugno 1926 a Novi Ligure.

FA: Fu proprio il commissario Luigi Calabresi, allora vice del capo dell’ufficio politico della Questura di Milano Antonino Allegra, a ipotizzare che la foto di donna trovata insieme al cadavere ritraesse Sibilla Melega, la moglie di Giangiacomo Feltrinelli. Il 16 marzo il sostituto procuratore incaricato delle indagini annunciò alla stampa che l’uomo trovato morto sotto al traliccio dell’alta tensione a Segrate era Giangiacomo Feltrinelli. Si scoprì poi che Feltrinelli quella sera non era solo, ma con lui c’erano due componenti dei Gap, Gruppi d’Azione Partigiani, fondati da Feltrinelli nel 1970.  Non tutti credettero alla versione dell’attentato finito male. Alcuni giornalisti e intellettuali erano convinti che Feltrinelli fosse stato assassinato. Ancora nel 2018 l’ex moglie Inge Schönthal disse: «La morte di mio marito fu un omicidio politico, Giangiacomo sapeva di Gladio, l’organizzazione clandestina anticomunista fondata dalla Cia in Europa. Era un uomo scomodo. Troppo scomodo, troppo libero, troppo ricco; troppo tutto. Era tenuto d’occhio da cinque servizi segreti, inclusi Mossad e Cia. E ovviamente quelli italiani. Forse sono stati loro. Lui sapeva di Gladio e dei loro depositi di esplosivi. Temeva un golpe di destra e non era una paura immaginaria».        

RR: Quindi il quadro complessivo all’inizio degli anni 70 è quanto mai complesso e gravido di tragiche conseguenze: un pezzo dello Stato sembra voler appoggiare l’estrema destra neofascista per una restaurazione o addirittura un colpo di Stato (come in Grecia); il Parlamento inizia a varare importanti riforme. Nel Paese, il vento del ’68 porterà a grandi cambiamenti di carattere etico e civile come i referendum su aborto e divorzio; infine, alcuni esponenti della sinistra teorizzano la lotta armata. Tra di loro ci sono alcuni “cattivi maestri” come Piperno, Tony Negri e Scalzone. Il decennio si annuncia quindi fosco.                                           

FA: Nella prossima puntata ci occuperemo proprio della nascita delle Brigate Rosse.                                                                                               

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