Vi devo confessare il mio imbarazzo a trattare un tema sul quale faccio fatica a raccapezzarmi, ad uscire dall’incertezza, dalla sensazione di essere in qualche modo disinformato o peggio manipolato. In questi ultimi mesi, i termini “antisemitismo” e “antisionismo” vengono usati, spesso volontariamente, in modo intercambiabile per delegittimare le critiche verso lo Stato di Israele e verso Netanyahu (definendole antisemite) o per nascondere davvero sentimenti antisemiti (ed etichettando come antisionismo l’odio verso gli ebrei). Per aiutarmi ad uscire dal caos che ci circonda, ho provato ad approfondire la questione sia dal punto di vista storico sia anche lessicale. Oggi, senza voler fare l’arrogante “saputello”, ho deciso di socializzarvi che cosa ho letto e che idee mi sono fatto sull’argomento. Ribadisco che il tema è estremamente delicato e facilmente strumentalizzabile da burattinai con obiettivi politici: pertanto lo scopo di questo contributo è quello di cercare di portare un po’ di chiarezza e di comprensione. Per affrontare questo spinoso argomento, forse vale la pena ripartire dalle “aste” per usare una metafora scolastica. Vediamo dunque, prioritariamente, i significati attribuiti ai due termini dai vocabolari più autorevoli.
Per “antisemitismo” si intende l’odio razziale e il pregiudizio contro il popolo ebraico.
Per “antisionismo”, si intende invece l’opposizione al cosiddetto sionismo e cioè il movimento nazionalista che ha portato alla creazione dello Stato di Israele, criticandone le politiche o addirittura la stessa legittimità. Questo significato non sempre coincide con l’odio verso gli ebrei, constatando che esistono molti ebrei che sono antisionisti per ragioni diverse, teologiche, politiche o umanitarie.
La linea di demarcazione è dunque molto sottile e spesso, come abbiamo visto negli ultimi tempi, l’antisionismo viene usato come copertura per l’antisemitismo.
Ricapitolando, per fissarci bene in testa una partenza dei ragionamenti che andremo a sviluppare, con una base lessicale precisa e auspicabilmente condivisa: (1) l’”antisemitismo” rappresenta l’odio, il pregiudizio e la discriminazione verso gli ebrei in quanto popolo, religione o cultura. Si basa su stereotipi, teorie del complotto, disumanizzazione e razzismo: fenomeni che storicamente si sono concretizzati in persecuzioni, Pogrom, fino all’Olocausto.
Con il termine “sionismo” (2) si intende quel movimento politico emerso alla fine del XIX secolo per l’autodeterminazione del popolo ebraico e la creazione di uno Stato nazionale in Palestina. Questo movimento politico ha portato alla nascita dello Stato di Israele nel 1948. All’interno del sionismo esistono diverse correnti per cultura, politica o religione.
Con il termine “antisionismo” (3) si intende l’opposizione al sionismo, inteso come il diritto dello Stato di Israele ad esistere come Stato ebraico, o alle sue politiche attuate dal governo di turno.
Negli ultimi tempi, come dicevo, questi termini sono stati usati e vengono ancora usati in modo intercambiabile per delegittimare le critiche verso Israele (definendole antisemite) o per nascondere sentimenti antisemiti (etichettando come antisionismo l’odio verso gli ebrei); per questa ragione ritengo sia fondamentale poter distinguere, per noi spettatori di quello che sta succedendo in Medioriente, tra la critica legittima alle politiche del governo Netanyahu e l’odio razziale verso il popolo ebraico, cosa ovviamente ben diversa ma spesso strumentalizzata.
Proprio il Primo Ministro israeliano, bolla spesso come antisemita, chiunque osi criticare le politiche di Israele o anche solo chi osa esprimere riserve sul suo operato. Dall’altra parte, c’è chi si vanta di essere antisemita, confondendo deliberatamente ebrei, sionismo e Israele.
Entrambi questi approcci, danno vita a confusioni spesso strumentalizzate attraverso l’uso volontario del termine lessicale sbagliato.
Mi ha aiutato a scavare nella genesi del termine “antisemitismo”, il professor Manlio Graziano, docente universitario, trasferitosi in Francia dove si è specializzato negli studi geopolitici nel campo anche delle religioni. Insegna alla Paris School of International Affairs e all’Università della Sorbona.
Vi riporto con mie parole, una sintesi del pensiero di Graziano sulla genesi del termine “antisemitismo”.
Se l’ostilità verso gli ebrei- sostiene il prof. Graziano – risale ad almeno 18 secoli or sono, il termine antisemitismo è nato più recentemente. Fu inventato nell’Ottocento da alcuni intellettuali europei, per tutti il tedesco Wilhelm Marr, che fondò nel 1879 la prima Lega antisemita in Europa. L’obiettivo era quello di far esplodere il secolare odio antiebraico dandogli una forma più moderna: “La risposta del cristiano secolarizzato – la definì Bernard Lewis, un autorevole orientalista – ormai incapace di servirsi di argomenti teologici, contro l’ebreo emancipato”. Per Marr e tutti i suoi colleghi intellettuali in Europa, essere antisemiti era quasi un vanto, un programma politico e un sicuro riscontro di popolarità.
“Ma la parola era frutto di un errore – ci tiene a precisare il professor Graziano –come spesso capita agli intellettuali, anche costoro non facevano altro che spalmare una presunta patina culturale su sentimenti già in voga, servendosi del materiale a disposizione… proprio un secolo prima, nel 1781, il linguista tedesco August Ludwig Von Schlozer, aveva chiamato “semitiche”, dal nome di uno dei tre figli di Noè, Sem, una serie di lingue dalle caratteristiche morfologiche e sintattiche molto simili, parlate nel passato e nel presente della regione del Medioriente: l’arabo, il fenicio, l’aramaico, l’ebraico, l’assiro eccetera”. La classificazione delle razze umane però, sempre secondo il professore, non prese forma che un secolo più tardi quando il francese Arthur de Gobineau servendosi delle prime ricerche sull’evoluzione della specie, formulò la tesi della loro “naturale” ineguaglianza e ne concluse ovviamente “che la razza bianca aveva il monopolio della bellezza, dell’intelligenza e della forza”.
Il vizio originale, secondo Graziano, fu quello di rendere una pertinente distinzione linguistica in una impertinente distinzione razziale, cosa che invece avvenne per creare una giustificazione “scientifica” alle imprese coloniali avviate proprio in quegli anni. “Gli orgogliosi antisemiti dell’epoca – aggiunge Graziano –applicando una categoria linguistica ai “semiti” che avevano sottomano-gli ebrei-per legittimarne l’inferiorità rispetto alla razza bianca, ignoravano del tutto i semiti rimasti in Asia occidentale e cioè gli arabi, pressoché invisibili ai loro occhi di europei e casomai un gradino più sotto ai semiti d’Europa”. In quell’epoca circa l’80% degli ebrei del mondo viveva nel vecchio continente, in gran parte nell’impero russo; gli altri erano distribuiti nel Maghreb, in Etiopia, nello Yemen, in Persia, nell’Impero Ottomano e in America; vi erano piccole comunità in Cina e in India e, infine, tra i 5.000 e i 20.000 ebrei si trovavano in Palestina, su un totale mondiale, in quella fine dell’ottocento, di 7,8 milioni.
Tralasciando le considerazioni di ordine razziale prive, non solo secondo Graziano, di serietà e di decenza, dobbiamo invece trarre da quei numeri una importante conclusione: “Nella seconda metà dell’Ottocento, solo gli ebrei di Palestina, del Maghreb e dello Yemen parlavano una lingua semitica che era l’arabo, nelle sue varianti dialettali. Gli altri parlavano soprattutto lingue indoeuropee comel’hiddish, il judezmo, il tedesco, il russo, il francese, l’inglese, il farsi e altre ancora. “In che misura, dunque – si chiede Graziano -questa enorme maggioranza di ebrei poteva essere considerata semita?”.
“Duole dirlo – spiega Graziano – ma l’idea di una razza ebraica “pura” ha fatto breccia in alcune correnti del sionismo radicale, definito “di estrema destra”…ma allora non siamo più nel campo della genetica, ma in quello della ideologia, costruita ad arte a fini di mobilitazione politica: purtroppo per loro – sottolinea ancora, con sarcasmo, il professore – quegli stessi arabi di cui hanno occupato le terre e che vorrebbero far sloggiare una volta per tutte, sono però sicuramente più “semiti“ di loro”.
D’altronde, lo stesso fondatore e Primo Ministro di Israele, David Ben Gurion, scriveva nel 1917 che gli arabi della Terrasanta erano “ossa delle nostre ossa e carne della nostra carne”.
Per concludere il suo articolato ragionamento, il professor Graziano ci tiene a precisare la sintesi finale del suo pensiero su questo tema: “Le razze non esistono, e le nazioni sono un artificio. Ma la vecchia abitudine di rubare la terra altrui e di uccidere chi vi abita, ha sempre avuto bisogno di giustificazionigrandiloquenti.Sapere che l’arma del “semitismo” è storicamente spuntata non cambia nulla alla retorica di Netanyahu e al razzismo antiebraico di Hamas. Ma magari solleverà un lembo al velo che copre la loro ipocrisia”.
Ho provato, per chiarirmi ulteriormente le idee, ad allargare le fonti ad alcuni autorevoli intellettuali o storici contemporanei, sempre per cercare di avere un quadro differenziato di opinioni su questo tema estremamente complesso. Secondo Anna Foa: “Definire l’antisemitismo non è facile, come emerge anche dalla constatazione che negli ultimi 10 anni, allo scopo di combatterlo, ci si è affannati a darne delle definizioni in qualche misura “ufficiali”. La più nota di queste è quella dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), adottata da 43 Stati, Italia compresa, ed elaborata nel 2016 con questo testo: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, sono dirette anche verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”.
Quindi, secondo Anna Foa: “Questa definizione di antisemitismo ha oggi molte caratteristiche in comune con l’antisionismo e si riferisce soprattutto al rifiuto, o inteso tale, dello Stato di Israele e della sua politica. La definizione condivisa nel 2016 ha cercato di evitare di caratterizzare come antisemita in toto ogni critica alla politica israeliana e ai governi di Israele, ma anche così il legame proposto fra antisemitismo e antisionismo è stato stretto, tanto da suscitare la creazione di altre definizioni, fra le quali, nel 2021, quella di Gerusalemme, opera di ambienti accademici israeliani e americani, che criticava la definizione del 2016 proprio per la possibilità che offriva di interpretare come antisemite la maggior parte delle critiche rivolte allo Stato israeliano”.
Per Anna Foa quindi: “Restituire oggi all’antisemitismo, come all’antisionismo, i loro diversi significati, evitare di confonderli, vuol dire combattere l’antisemitismo, non aiutarlo a diffondersi”. “L’antisemitismo – sempre secondo la Foa – si diffonde con le immagini dei massacri di Gaza, degli attacchi dei coloni in West bank, non denunciandoli. E si diffonde sostenendo che il mondo intero è antisemita perché attacca la politica di Netanyahu, chiamando a sostenere questa dottrina i peggiori antisemiti d’Europa, non distinguendo l’antisemitismo dal cosiddetto antisionismo. Ecco perché dobbiamo parlare, a voce alta, tenendo dritta la testa e intatta l’anima”.
Come non condividere, a questo proposito, il pensiero espresso dallo storico Gianni Oliva sulle colonne de La Stampa: “La vera difesa contro le derive non sono le leggi che puniscono, ma la conoscenza dei fatti, la consapevolezza delle dinamiche con cui sono avvenuti. In questa società della fretta e delle informazioni istantanee, troppe affermazioni vengono fatte senza cognizione di causa”. Ci tiene a precisare Oliva.
E qui torniamo al punto centrale della genesi, spero non presuntuosa, di questo articolo: l’importanza comunque della conoscenza dei fatti! La voglia di andare ad approfondire le cause dei conflitti che oggi animano tragicamente il nostro mondo
Ed è proprio l’ignoranza dei fatti che rappresenta il più grande pericolo per le nostre comunità. “La conoscenza dei fatti non viene più veicolata dalla scuola italiana – precisa Oliva che per tutta la vita ha insegnato ai ragazzi dei licei la storia –perché ciò che induce a prendere le distanze dal razzismo è la conoscenza delle politiche razziali applicate in Germania, delle camere a gas, dei forni crematori; è la comprensione degli strumenti di mistificazione di massa che hanno trasformato un popolo di tedeschi in un popolo di nazisti; è la consapevolezza delle complicità di cui l’orrore ha goduto, dei silenzi garantiti per opportunismo o per indifferenza. La coscienza civica di un popolo non si fonda sull’astrazione dei principi della Costituzione, ma sulla conoscenza dei fatti storici che hanno portato all’affermazione di quei principi”.
Lo abbiamo ripetuto tante volte in questi anni: per cercare di orientarsi in questo mondo convulso, bisogna conoscere la storia contemporanea: “Non si può parlare della questione palestinese senza nulla sapere della risoluzione 181 dell’ONU e delle fratture che da ottant’anni dilaniano quel territorio – sottolinea sempre Gianni Oliva – non si può parlare di Ucraina e Russia senza nulla sapere del crollo del socialismo reale, delle nuove leadership che ha prodotto, della ridefinizione degli equilibri mondiali”.
Troppi di noi oscillano tra il tifo politico e la tentazione delle sanzioni giuridiche. “Né l’uno, né l’altra ci salveranno” conclude Oliva: “Serve più scuola, servono più saperi storici: non scritte sui muri per umiliare, non disegni di legge per punire”.
E allora torniamo alle conclusioni del pensiero del professor Manlio Graziano: “Sapere che l’arma del “semitismo” è storicamente spuntata non cambierà probabilmente nulla alla retorica di Netanyahu e al razzismo antiebraico di Hamas. Ma, magari, solleverà un lembo al velo che può copre la loro ipocrisia”.