Ho avuto l’opportunità negli ultimi mesi di visitare due importanti musei dedicati alla storia di due Paesi divenuti tragici protagonisti di eventi del ‘900. Prima a Varsavia e poi ad Hanoi ho potuto constatare come la storia del ‘900 di queste due Nazioni sia stata scritta, anche attraverso la realizzazione di specifici musei, in stretta correlazione con le esigenze delle leadership politiche al potere nei vari e diversi momenti storici vissuti dai polacchi e dai vietnamiti. Il denominatore comune dei due paesi citati è stato l’essere stati vittime di continue invasioni da parte di vicini “pesanti” oppure di nazioni nemiche con in testa obiettivi espansionistici e di annessione di territori. Inoltre, più recentemente, il giornalista Marco Imarisio, ha visitato il nuovo museo di storia contemporanea di Mosca, raccontandoci le sue impressioni su come gli storici, ingaggiati da Putin, abbiano riscritto la storia della guerra in Ucraina e le sue motivazioni originarie e prospettiche.
Ho pensato allora di raccontarvi proprio questi esempi di quando la politica “mette il cappello sulla storia” o, meglio, su quelle parti di storia patria che le servono per fini propagandistici. I tre musei, due visitati direttamente da me e quindi come testimone oculare, uno conosciuto attraverso la descrizione del giornalista italiano nella capitale russa, ci servono per illustrare degli esempi lampanti di tale strategia manipolatrice. Ne viene fuori un quadro inquietante e preoccupante, pensando soprattutto alle generazioni più giovani che fin dai tempi della scuola vengono indottrinate non solo in classe ma anche attraverso proprio la visita a dei musei che, apparentemente, dovrebbero raccontare loro attraverso immagini, reperti, filmati e testimonianze la vera storia del loro Paese e invece ne ricostruiscono una parte soltanto, dimenticandosi le parti sgradite. Ma lascio a voi tirare le conclusioni dopo aver letto questa panoramica museale.
IL MUSEO DI VARSAVIA
Iniziamo la nostra visita virtuale ai tre musei oggetto di questa ricerca, con quello di Varsavia. Come sempre, per valutare come le varie élite politiche al potere abbiano gestito l’educazione dei polacchi e soprattutto l’informazione alle giovani generazioni polacche nel corso del ‘900, contestualizziamo le complesse e tragiche vicende di quel paese nel secolo scorso.
Dopo più di un secolo di occupazione russa e tedesca, la Polonia divenne di nuovo uno Stato indipendente alla fine della Prima Guerra mondiale. La ritrovata libertà polacca fu però precaria fin dall’inizio, e il suo capo, il generale Jozef Pilsudski, dovette respingere un’invasione sovietica già fin dal 1920. Mentre le divisioni del generale polacco riuscivano a difendersi da questa ennesima aggressione, Pilsudski decideva di porre le basi per la sicurezza a lungo termine del suo Paese, grazie ad una alleanza militare difensiva con la Francia e a due trattati di non aggressione con la Germania e l’Unione Sovietica, i due “pesanti” vicini di sempre.
Nel 1935, dopo la morte del generale, i suoi seguaci diedero vita ad un regime “di salute pubblica” che era fondamentalmente una dittatura paramilitare che si alienò in breve tempo i favori di gran parte dei polacchi. Mentre la Polonia sprofondava per l’ennesima volta in una specie di guerra civile, si ripresentava la minaccia di un’invasione straniera a seguito del riarmo della Germania nazista che cominciava a realizzare il programma di aggressione dell’Europa orientale. Dopo la conferenza di Monaco, del settembre 1938, i capi polacchi cercarono nuove garanzie sia presso l’Occidente, sia presso Stalin, per potersi difendere di fronte al nazismo imperante. Per la prima volta la Polonia ottenne un impegno in chiave difensiva dalla Gran Bretagna, nel marzo 1939, seguito poi da garanzie francesi di aiuto militare nel maggio dello stesso anno. Stalin, da parte sua, continuava a tenere un atteggiamento flessibile: a parole riconfermava il patto di non aggressione con i polacchi, ma nello stesso tempo trattava con Hitler i termini della spartizione della Polonia, una volta invasa.
Poi, sappiamo tutti come andò a finire. Dopo il patto segreto Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939, Hitler dette l’ordine di invadere il paese, dando inizio alla Seconda Guerra mondiale. Mentre i coraggiosi ma non attrezzati militarmente polacchi soccombevano in pochi giorni all’aggressione nazista, Stalin decideva di violare il patto di non aggressione del 1932 e ordinava all’Armata Rossa di invadere la Polonia orientale, il 17 settembre 1939. In breve tempo, le forze sovietiche penetrarono nei territori polacchi dell’est e nel corso dell’azione fecero più di 100.000 soldati polacchi prigionieri. La Germania si impadronì della parte occidentale e centrale del paese mentre l’Unione Sovietica occupava la parte orientale. Proprio in quei mesi della fine del 1939 Stalin pianificò il massacro di tutti gli alti quadri dell’esercito polacco: il suo disegno era quello di sterminare la classe dirigente del Paese per instaurare, appena finita la guerra, un regime comunista senza opposizione. In quel programma si inserisce la famosa e controversa operazione delle fosse di Katyn che abbiamo raccontato in una precedente puntata di questo podcast. Mentre a Londra si costituiva il governo ombra dei polacchi fuggiti all’occupazione nazista, nel Paese per tutto il periodo fino al 1944, nacquero diversi movimenti di resistenza ai tedeschi che costituirono comunque una spina del fianco per i reparti che occupavano il territorio. Uno dei generali polacchi scampati allo sterminio, Stefan Rowecki fondò, in clandestinità, quella che sarebbe divenuta l’Armia Krajowa (l’”AK”) e cioè l’esercito nazionale polacco. Una specie di resistenza armata e organizzata militarmente.
Dopo l’invasione dell’Unione Sovietica da parte di Hitler, nel giugno del 1941, la mappatura delle alleanze cambiò improvvisamente. Il governo di Londra impose al governo polacco in esilio di ristabilire le relazioni diplomatiche con l’Unione Sovietica per salvaguardare “l’unione tra alleati”. Fu ovviamente un riavvicinamento forzato, accettato “obtorto collo”, soprattutto dai polacchi in esilio. Ma la real politik imponeva questa scelta. Quando nel 1944, il 23 giugno, i sovietici iniziarono l’operazione Bragation il fronte difensivo tedesco crollò e in poco tempo i russi rioccuparono tutti i territori conquistati dai nazisti, tre anni prima. L’atteggiamento dell’Armata Rossa nei riguardi delle unità dell’esercito nazionale polacco clandestino, cambiò improvvisamente: la collaborazione si trasformò in aperta ostilità. Anche se la propaganda sovietica definiva l’Ak come una forza illegale, la notte del 29 luglio 1944 la radio dei sovietici le chiedeva con insistenza di insorgere e sconfiggere la guarnigione tedesca di Varsavia. Sulla capitale furono lanciati volantini sovietici con gli slogan “Polacchi, l’ora della liberazione è vicina! Polacchi alle armi!”. Quando si seppe che i tedeschi erano in ritirata e i sovietici arrestavano i membri dell’AK nel corso della loro avanzata, il governo in esilio e i capi dell’esercito di liberazione polacco decisero che era giunta l’ora di agire. Se non ci fosse stata a Varsavia alcuna autorità polacca prima dell’arrivo dei russi, Stalin avrebbe dichiarato che l’AK non aveva fatto nulla per liberare la Polonia e avrebbe imposto il comitato di Lublino quale nuovo governo Generale. Quindi bisognava rispondere positivamente all’appello dei russi anche… di nuovo “obtorto collo”. Alle 17:30 del 31 luglio 1944 i comandanti della resistenza polacca scatenarono l’insurrezione in tutta la città.
Da quel momento a Varsavia si generò una situazione quasi paradossale che avrebbe contaminato per sempre i destini del Paese: da una parte c’erano i tedeschi che avevano ricevuto l’ordine perentorio di Hitler di reprimere ad ogni costo la resistenza polacca, distruggendo la città e dando così un esempio a tutti gli europei di cose erano capaci di fare i nazisti se provocati. Dall’altra parte, sulle colline prospicienti la Vistola, di fronte alla città, le Armate Rosse sarebbero state pronte per l’attacco definitivo. Stalin però decise di lasciare ai tedeschi “il lavoro sporco” di sterminare la resistenza polacca. Sarebbe intervenuto soltanto a “giochi fatti”. Nella capitale polacca gli uomini dell’AK resistettero due mesi ai tedeschi con una tremenda contabilità di morti. Invocarono anche l’aiuto dei sovietici, sapendo però di avere la certezza di finire nelle mani di una nuova dittatura, questa volta comunista.
Il 12 gennaio 1945 i sovietici diedero inizio all’attesa offensiva, denominata Vistola-Oder e cinque giorni più tardi la Prima Armata Polacca (Stalin cinicamente mandò avanti quell’armata composta da polacchi filosovietici con il compito di finire le ultime resistenze dei polacchi antisovietici e indipendentisti!) entrò marciando nella distrutta Varsavia. I sovietici si diedero immediatamente da fare per istituire un governo fantoccio in Polonia, un governo che dopo un breve periodo di collaborazione di facciata con elementi non comunisti, divenne la “lunga mano” di Mosca, con una composizione di soggetti schierati dalla parte di Stalin. Le elezioni libere, decise dai tre grandi a Yalta non ci sarebbero mai state: gli anglo-americani lasciarono però mano libera a Stalin.
Da quel momento, i nuovi padroni sovietici di Varsavia cancellarono qualsiasi riferimento all’insurrezione della città e al massacro della foresta di Katyn.
Il museo dell’insurrezione di Varsavia, situato in quel quartiere in cui avvennero proprio gli scontri e gli eccidi maggiori dell’insurrezione, al 79 di via Grzybowska, aperto nel 2004, ha finalmente “sollevato il tappeto”, raccontando alle giovani generazioni polacche cos’era successo davvero in Polonia in quel tragico quadriennio dal ‘39 al ‘44. Infatti, i governi comunisti polacchi dal 1945 fino al 1989, alla caduta del muro di Berlino e al dissolvimento dell’impero sovietico, avevano cancellato completamente la storia, manipolandola in un’unica direzione quella di esaltare la Russia che aveva salvato i polacchi dai tedeschi.
Per 45 anni, la propaganda comunista aveva avuto come obiettivo quello di cancellare ogni memoria relativa all’insurrezione della città nel 1944. Era proibito rendere qualsiasi tipo di omaggio all’insurrezione: era vietato celebrare qualsiasi riferimento a quell’evento o citare coloro che erano stati uccisi durante quegli scontri, ma anche erigere statue o altri simboli. Ma vi è di più: il solo fatto di aver preso parte all’insurrezione poteva diventare una ragione per essere arrestati dalla polizia comunista. Il tragico destino dei reduci di quei battaglioni polacchi di insorti dell’AK che avevano combattuto prima contro i tedeschi e poi contro i russi, fu segnato per sempre. Molti di loro furono imprigionati nelle stesse celle in cui erano stati detenuti prima i criminali nazisti. Come si può leggere nelle varie sale del museo di Varsavia, “I libri di storia, i romanzi, i film erano pieni di bugie e mistificazioni riguardanti l’insurrezione e rimanevano vigenti i divieti di costruire statue o comunque affiggere lapidi che richiamassero l’insurrezione”. Rimane significativo, a questo proposito, l’incipit dell’Enciclopedia sulla Seconda Guerra mondiale, pubblicata a Varsavia nel 1975 e inquadrata all’ingresso del museo, come esempio lampante di una manipolazione della memoria storica di un paese: “L’esercito nazionale polacco (AK) era un’organizzazione con una struttura assolutamente impropria per i bisogni relativi alla continuazione del conflitto contro i nazisti. Nonostante ciò e intendendo assicurare l’esecuzione delle istruzioni del governo ombra di Londra che voleva riprendersi il potere a Varsavia attraverso l’insurrezione popolare, l’AK affascinò molti giovani ignari degli obiettivi finali di quella organizzazione politica, manipolandoli e costringendoli a partecipare all’insurrezione. Per questo motivo, i vertici dell’AK rallentarono lo sviluppo dei combattimenti in città, allineandosi alla politica cosiddetta “dei due nemici” la Germania e la Russia, ispirata dagli anglo- americani che volevano soltanto il ritorno della borghesia e dei proprietari terrieri polacchi al potere”.
Uno scandalo manipolatorio!
IL MUSEO DI HANOI
In Vietnam, la situazione è diversa. In un paese travagliato nel secolo scorso da cinque invasioni e da una terrificante guerra civile, bisognava ricostruire una identità nazionale condivisa da tutti i vietnamiti basata sul mito della storia, del ruolo e della personalità dell’eroe nazionale Ho Chi Minh, grande protagonista di tutte le vittorie contro gli invasori stranieri e architetto dell’unità tra i vietnamiti. Proprio recentemente il governo di Hanoi ha inaugurato il nuovo museo della storia recente del Vietnam. Una costruzione moderna, a un quarto d’ora dal centro cittadino, in uno dei quartieri dove si stanno costruendo decine e decine di grattacieli per ospitare i vietnamiti che sono tornati ad essere più di 100 milioni, dopo i lutti del Novecento. Ho visitato il museo una domenica mattina, piuttosto presto. C’erano centinaia di ragazzi che visitavano la struttura museale: cinque piani di architettura modernissima con uno straordinario esempio di applicazione delle tecnologie di allestimento più moderne e divulgative, utili per le generazioni adulte ma soprattutto per i ragazzi. Sulla scalinata centrale, solenne, di fronte all’entrata principale degli spazi museali, si alternavano centinaia di bambini, in uniforme militare di color verde, della fascia di età tra i cinque e i sette anni, che seguivano le istruzioni di un maestro che col megafono dettava il ritmo sia delle risposte a delle domande sia a dei pezzi dell’inno nazionale, obbligatoriamente cantato da tutti. Sì certo, una manifestazione di regime che mi ha ricordato molto i filmati Luce sulle adunate fasciste dei giovani balilla. Però, un modo per educare le nuove generazioni ad apprendere una storia potente, nazionale, di indipendenza, coraggio, determinazione per sconfiggere ogni invasione nemica, a qualsiasi costo. In Vietnam, il culto della personalità del suo fondatore e protagonista, Ho Chi Minh, attraverso un’attenta e accurata gestione della formazione scolastica, sta educando i giovani vietnamiti alla conoscenza e al rispetto del loro passato. Senza spingerli verso forme di fanatismo bellico ma valorizzando il significato della pace che, come si legge, in molte delle sale museali deve essere l’obiettivo di tutto il popolo vietnamita, dopo un secolo di guerre, di tragedie, di conflitti tra gli stessi vietnamiti. Pur avendo un giudizio molto negativo sul colonialismo francese, la didattica museale non si accanisce invece contro gli occupanti americani: ne riferisce le condotte chiedendosi il perché della loro occupazione agli inizi degli anni ’60, ma non c’è mai alcun tono accusatorio. Avendo vissuto da giovane italiano perplesso dal comportamento americano nel Vietnam negli anni ’60-‘70, mi sono ritrovato nella narrazione del percorso museale, non caratterizzato da mitizzazioni belliche ma dalla mostruosità delle conseguenze per la popolazione civile di un conflitto militare, aldilà delle sue valenze politiche. E anche questo in un mondo come quello in cui stiamo vivendo è un segnale importante di civiltà pacifica.
IL MUSEO DI MOSCA
Un’operazione culturale ben diversa è quella compiuta da Putin e dagli storici da lui ingaggiati per educare i giovani russi nella lettura di un presente tragico, complesso e contraddittorio. Un contesto in cui molti ragazzi russi muoiono al fronte di una guerra che deve essere spiegata per essere compresa. Sul come vada spiegata, il leader del Cremlino non ha avuto dubbi, come ci spiega il giornalista Marco Imarisio, che ha appena visitato il museo della storia contemporanea di Mosca per il Corriere della Sera. La nuova attrazione e la mostra denominata “Fari del mondo russo”, nata per celebrare i tre anni della “riunificazione” – così viene definita – con “i territori dell’antica Novorossia” altrimenti detti le quattro province ucraine, dove oggi si combatte. È stato il momento fondante della nostra lotta alla distribuzione monopolare di influenza internazionale – si legge nelle didascalie del museo – che ha mostrato la prontezza della Russia a difendere i propri interessi e partecipare attivamente alla formazione del nuovo ordine mondiale”. All’entrata, il visitatore viene accolto da un grande cartellone appeso in una teca nell’atrio che dice “Donetsk, Lugansk, Kherson e Zhaporizhzhia sono tornate nella loro culla natia”. “I fari che battezzano la mostra– scrive Imarisio – non sono soltanto una metafora. Quattro diversi modelli, creati da Komov, vicepresidente dell’Unione degli Architetti Sovietici. Nei nuovi territori i fari saranno monumentali trasmettitori della cultura russa, monumenti simbolo capaci di visualizzare il nuovo stile di sviluppo del paese”. Durante la sua visita il giornalista italiano ha incontrato parecchie scolaresche con il maestro che spiegava ai bambini delle elementari, scorrendo ogni riga del testo con la sua bacchetta, il significato delle varie didascalie. “I fari servono anche a indicare la strada verso casa agli altri territori del mondo russo”.
Il padiglione centrale è dedicato alla “Grande guerra patriottica. Operazione militare speciale” scritta senza la congiunzione “e”, come anelli di un’unica catena per suggerire una continuità tra la lotta al nazifascismo di Hitler e la guerra in Ucraina. “L’Operazione Militare Speciale… é la continuazione della lotta per i diritti e per la libertà delle persone”. Imarisio si chiede “chissà cosa hanno capito quei bambini o quei ragazzi irregimentati a seguire una narrazione “davvero peculiare” di quei fatti?”.
Una sezione, infine, raccoglie i ritratti degli eroi “della lotta per i diritti e le libertà degli abitanti del Donbass”. Putin è immortalato in molte sale ma in una, in particolare, che lo ritrae mentre osserva il panorama russo dal finestrino di un treno. “Sembra quasi -ricorda il giornalista italiano – una citazione volontaria di Lenin al ritorno dall’esilio in Svizzera anche lui in treno. L’ultimo quadro prima dell’uscita ritrae i soldati russi, secondo la vecchia iconografia sovietica “Gloria eterna agli eroi dell’Operazione Militare Speciale” recita la scritta che li sovrasta. L’Ucraina non viene mai nominata!”
Una riflessione finale, assolutamente non conclusiva. Se una parte della storia di ogni nazione resta inesplorata oppure volutamente manipolata, un motivo ci deve essere. È utile chiedersi che cosa queste narrazioni incomplete o addirittura false come abbiamo visto a Varsavia, ci dicono sulla nostra società e quali possono essere le conseguenze. “Negare il passato o “rincretinirne” il ricordo – ha scritto Paolo Mieli nel suo ultimo libro “Il prezzo della pace”, Rizzoli, 2025 – é funzionale al ripetersi delle violenze. I genocidi vengono tutti rimossi, negati, per potersi riproporre dopo qualche anno sotto nuove spoglie”.