Dopo aver rievocato, a fini beneauguranti, la conferenza di Helsinki del 1975, oggi vi parlo di un altro sogno, forse anch’esso utopistico: l’organizzazione di una conferenza sul modello di quella di Yalta del febbraio 1945, tre mesi prima della fine della guerra in Europa. A Yalta si ridisegnarono le future geo-mappe soprattutto dell’Europa continentale, proprio alla luce del conflitto globale che aveva devastato il mondo negli ultimi sei anni. Sarebbe stata l’ultima volta che Roosevelt, Stalin e Churchill si sarebbero incontrati, dopo il loro primo summit a Teheran, nel dicembre 1943. Roosevelt sarebbe infatti mancato poco dopo, lasciando a Truman il compito di partecipare alla terza conferenza interalleata a Postdam nel successivo mese di giugno di quel ‘45. I giudizi sulla conferenza furono contraddittori e vale la pena andarli a rivisitare proprio all’inizio di questo nuovo anno in cui i “nuovi” tre grandi del mondo, Donald Trump, Xi Jing Ping e Vladimir Putin stanno ridisegnando, come vedremo, le reciproche “zone di influenza”. Purtroppo, con la nostra Europa a rischio di rimanere alla finestra, come un vaso di coccio.
La conferenza di Yalta si tenne dal 4 all’11 febbraio 1945, presso il palazzo di Livadija, una vecchia residenza dello zar Nicola II, a 3 km dalla città di Yalta, in Crimea.
I protagonisti, come sappiamo bene, furono il Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, il Primo Ministro inglese Winston Churchill e il presidentissimo sovietico Joseph Stalin. I tre si erano conosciuti personalmente poco più di un anno prima, a Teheran, nel dicembre del 1943 in occasione della prima e faticosa conferenza tra gli alleati, in piena guerra contro il nazi-fascismo. Nella capitale iraniana si erano affrontati vari argomenti tutti urgenti e da condividere: il promesso sbarco degli anglo americani in Europa per alleggerire la pressione tedesca in Russia; il futuro dell’Europa alla fine della guerra; l’idea di portare sul banco degli imputati, Hitler e i responsabili del partito nazista che ci si rendeva già conto avessero commesso dei crimini mai visti prima nella storia dell’umanità. Vale la pena sottolineare che in tutte e tre le conferenze interalleate, gli anglo americani ebbero sempre due rappresentanti di fronte a Stalin, unico sovietico al tavolo. Ricordiamoci questo particolare perché oggi, quando affronteremo l’ipotesi di una Yalta 2, all’ipotetico tavolo negoziale ci saranno due eredi del comunismo internazionale, Xi e Putin, e il Presidente Trump, da solo, a rappresentare, sinceramente non so come e con quali obiettivi, il cosiddetto mondo degli occidentali.
La conferenza di Yalta, e questo è un aspetto che va tenuto in grande conto, si svolse in un momento in cui la situazione militare era decisamente a favore dell’Unione Sovietica, con l’armata Rossa giunta ormai a 80 km da Berlino, mentre gli alleati occidentali avevano appena superato la grave crisi della battaglia delle Ardenne, nel dicembre 1944, il canto del cigno delle armate naziste, e si trovavano con le loro divisioni ancora bloccate sul confine occidentale della Germania ad oltre 700 km dalla capitale tedesca. Sul secondo fronte, quello italiano la situazione era bloccata da mesi sulla linea gotica. Perché questa sottolineatura? Perché quando si apre un tavolo per negoziare un eventuale armistizio o comunque una pace, ancora oggi conta molto dove sono arrivati i reciproci eserciti: quali territori hanno conquistato e quindi, quali potrebbero essere i nuovi confini di quelle aree del mondo.
Quali furono gli accordi discussi e poi condivisi fra i tre leader al tavolo in Crimea nel 1945? Quelli ufficiali, in sintesi, furono i seguenti.1) una dichiarazione generale è molto alta in cui si affermava che l’Europa era libera e che sarebbero state incoraggiate le elezioni democratiche in tutti i territori liberati dai nazisti (sappiamo poi come andarono le cose!); 2) la proposta di una conferenza da tenersi a breve negli Stati Uniti, in cui discutere l’istituzione di una nuova organizzazione mondiale (l’ONU) che avrebbe dovuto valorizzare le esperienze negative della Società delle Nazioni partorita durante il Trattato di Versailles alla fine della Prima Guerra mondiale; 3) il disarmo e la smilitarizzazione della Germania: le quattro potenze vincitrici (i tre grandi intervenuti in Crimea, più la Francia con un de Gaulle profondamente irritato di non essere stato invitato a Yalta) avrebbero controllato ciascuna una zona di occupazione del territorio tedesco; 4) furono fissate delle riparazioni di guerra dovute dalla Germania agli alleati nella misura di 22 miliardi di dollari dell’epoca; 5) in Polonia, dossier che scatenò discussioni infinite tra i tre grandi, si sarebbe dovuto insediare un governo democratico provvisorio che avrebbe dovuto condurre il paese a libere elezioni nel più breve tempo possibile (anche qui sappiamo come andarono realmente le cose!) 6) i sovietici avrebbero dichiarato guerra al Giappone entro tre mesi dalla sconfitta della Germania: questo fu un aspetto fondamentale delle negoziazioni, soprattutto per Roosevelt, che aveva ancora le sue armate impegnate in una difficilissima e costosa in termini di perdite umane, campagna del Pacifico contro i fanatici giapponesi che non volevano arrendersi. Il Presidente americano immaginava che l’ingresso dell’Unione Sovietica nel conflitto avrebbe accelerato la resa di Tokyo.7) infine, tutti i prigionieri di guerra sovietici sarebbero stati rimandati in Urss, indipendentemente dalla loro volontà (questo accordo ratificò sostanzialmente il successivo massacro nel dopo guerra di molte etnie, come quella dei cosacchi che per Stalin rappresentavano dei traditori della causa sovietica).
Il risultato finale di quella conferenza, ancora oggi, ad oltre ottant’anni di distanza, nei manuali di storia presenta commenti e giudizi diversi, a volte opposti.
Secondo alcuni, un Roosevelt ormai stanco e malato concesse a Stalin praticamente tutto quanto richiesto… regalandogli un grande pezzo dell’Europa senza alcun rispetto per le popolazioni coinvolte. Montanelli criticò aspramente le conclusioni della conferenza, accusando il Presidente americano di aver lasciato che l’Urss estendesse la sua influenza all’Europa orientale senza provare ad opporsi. Secondo altri, fu legittimata e sancita una spartizione dell’Europa in sfere di influenza senza tener conto degli auspici e delle speranze di milioni di polacchi, ungheresi, rumeni o cecoslovacchi. Nella realtà, bisogna tener conto che nell’ottobre del ‘44, quindi pochi mesi prima della conferenza in Crimea, Stalin e Churchill, nel famoso incontro davanti al caminetto che abbiamo raccontato in uno dei precedenti podcast, condivisero, su un foglietto di carta con un lapis, la spartizione dell’Europa con le percentuali, espresse in numeri, dell’influenza degli occidentali o dei russi nei singoli paesi coinvolti. “La sovietizzazione dell’Europa orientale non era che la conseguenza fatale di quanto era stato convenuto a Yalta” commentò de Gaulle, offeso ed irritato dal mancato invito al tavolo dei negoziati. Secondo alcuni storici questa interpretazione non è corretta: gli angloamericani si recarono a Yalta non per mettere in discussione l’influenza sovietica in Europa orientale, ma soprattutto per scongiurare l’eventualità di dover cedere anche tutta la Germania; avendo ottenuto da Stalin assicurazioni sulla divisione della Germania in zone di occupazione e sull’assegnazione della parte più ricca del territorio tedesco agli occidentali, essi si ritennero molto soddisfatti e favorevolmente colpiti dalla ragionevolezza del dittatore sovietico. Di fronte a queste diverse tesi interpretative, vale la pena riprendere la lucida riflessione di Sergio Romano in merito alle varie e diverse valutazioni sul “mito di Yalta”: “La propensione dell’uomo – scrisse Romano – a trovare sempre un unico fatto che spieghi tutto, un’unica causa degli eventi, quando invece le vicende storiche sono il risultato di una molteplicità di fattori che sfuggono quasi sempre al loro controllo, causa spesso delle interpretazioni errate o comunque distorte.”
Questa è dunque una sintetica rivisitazione di quanto accade in Crimea nel febbraio di ottant’anni fa, tre mesi prima della fine della Seconda Guerra mondiale.
Proviamo dunque ad immaginare quali potrebbero essere gli argomenti al tavolo di una Yalta 2, organizzata da Trump, Xi e Putin per mettere fine alle varie guerre nel mondo, individuando le nuove ed innovative geo-mappe del pianeta, “figlie” dei nuovi equilibri di potere fra le tradizionali tre superpotenze ma anche tenendo conto delle nuove potenze emergenti.
Ricordiamoci che a differenza di Yalta, come detto, al tavolo delle trattative questa volta ci saranno due semi-alleati, il leader cinese e quello russo è un solo rappresentante… mi auguro… degli interessi del mondo occidentale. In qualche modo questo squilibrio potrebbe contare e assumere un peso rilevante nelle decisioni finali.
Ma proviamo a sintetizzare le strategie e le visioni dei tre protagonisti della conferenza immaginata come una Yalta 2, magari ospitata e diretta dal principe saudita Bin Saldam, in uno dei rutilanti palazzi di Riad, nuovo centro di potere nelle geo-mappe del futuro del pianeta.
Partiamo dal leader direttamente coinvolto in uno dei tragici conflitti esistenti in questo momento, Vladimir Putin. Il numero uno del Cremlino sta usando il tradizionale strumento delle armi per guadagnare terreno soprattutto in Europa nei confronti dei paesi della Nato. L’eventuale pace in Ucraina deve generare, secondo Putin, un nuovo assetto strategico del continente ai danni dell’Unione Europea. D’altronde, Mosca negli ultimi mesi sta mettendo sotto pressione tutti i paesi confinanti con la Russia, dai Pasi Baltici alla Finlandia dalla Polonia alla Romania con continui sconfinamenti di droni ed aerei militari, volendo dimostrare che nessuno può garantire loro la protezione assoluta. Mosca, lo dimostrano le frequenti comunicazioni che riguardano le innovazioni del loro armamento e i buoni esiti del reclutamento di nuove truppe anche provenienti da Stati alleati come la Corea del Nord e la Bielorussia, sembra prepararsi ad un futuro nel breve-medio termine con operazioni militari su più fronti. Non solo in Europa ma anche nel Sahel con una presenza delle sue brigate militari e paramilitari che attualmente spazia dal Mali al Niger fino alla Libia, anche per sostituire la perdita delle basi in Siria dopo la caduta di Assad. Insomma, Putin, oltre alla priorità europea vede anche nel “Mediterraneo allargato” una sua zona di influenza importante per la difesa e la sicurezza del suo popolo. Da non sottovalutare infine l’attenzione di Putin per la Groenlandia, tra il mare del Nord, il Baltico e l’Atlantico. Pare che sia proprio in questi mari che la Russia sia riuscita ad aggirare le sanzioni occidentali, grazie ad una “flotta fantasma” di navi russe, utili tra l’altro, anche come basi mobili per il lancio di droni sui cieli dei paesi della Nato.
E passiamo ad immaginare la strategia e gli obiettivi del leader cinese Xi Jing Ping. Xi pare assolutamente consapevole di voler diventare il rappresentante unico di tutto il mondo antioccidentale, diventando la bandiera di un nuovo mondo capace di isolare gli Stati Uniti e di marginalizzare l’Unione Europea. Costruire, in altre parole, un’alleanza multipolare basata su tre verticali: 1) quello dei paesi appartenenti ai Brics e cioè le maggiori economie del cosiddetto Sud Globale; 2) quello del patto strategico dell’ “Organizzazione di Cooperazione di Shanghai” nell’Eurasia; 3) il “Gruppo dei 77” alle Nazioni Unite, fondato ai tempi dei “Non Allineati” che oggi può contare su almeno 120 dei 192 paesi dell’Onu. L’insieme dei partecipanti a questi tre forum permanenti, rappresenta oggi la maggioranza in termini di popolazione e di Pil dell’intero pianeta. La Cina si candida ad essere quindi il punto di riferimento di questi paesi che diventerebbero così la sua “sfera di influenza” politica, economica e di sicurezza nazionale per i partecipanti. Come pensa Xi di raggiungere questo ambizioso obiettivo? Tenendo sotto pressione tutti i paesi dell’Asia che si oppongono a tale disegno, con continue minacce verso Taiwan. Ormai non si discute più del “Se” l’invasione dell’isola avverrà, ma del “Quando”, immaginando prima del 2030. Continuando ad investire, poi, nella realizzazione di imponenti infrastrutture in Africa, garantendosi in cambio la proprietà di territori fondamentali per acquisire materie prime alimentari. Infine – come ha scritto recentemente Maurizio Molinari – cercando di convincere, anche attraverso manipolazioni o disinformazioni prodotte dall’intelligenza artificiale, gli occidentali della superiorità del proprio modello politico ed economico basato su innovazioni ed autocrazia. Un tema aperto e per ora volutamente non approfondito da Pechino, riguarda i futuri rapporti con il Giappone da una parte e l’India dall’altra, due nazioni che in quella parte del mondo non vogliono certo perdere l’opportunità di contare di più nelle nuove geo-mappe.
E vediamo, infine, la posizione e gli obiettivi del terzo partecipante alla nostra immaginaria conferenza di Yalta 2, Donald Trump. “American first” rimane il suo mantra anche se deve individuare una strategia adeguata alla doppia offensiva di Cina e Russia, per conservare una supremazia nelle nuove geo-mappe politiche ed economiche. Per bilanciare questi due aspetti, il Presidente americano, intende utilizzare, come ci ha ampiamente dimostrato, qualsiasi strumento militare o economico che gli permetta di raggiungere i suoi scopi. Aldilà del narcisismo personale e della sua visione globale sempre più contaminata dalle opportunità di business che non da un approccio diplomatico tradizionale, Trump, dichiarando la guerra dei dazi, ha voluto mettere subito sulla difensiva Pechino, il vero e maggiore rivale strategico dell’America, ridefinendo l’architettura del commercio internazionale nell’ottica di spingere da un lato le aziende americane a tornare in patria, e dall’altro di incentivare l’arrivo di aziende straniere negli Stati Uniti. Con la politica dei dazi, il Presidente americano ha già ottenuto dagli europei una copertura quasi totale dei costi della Nato, facendo anche immaginare un possibile recesso degli Stati Uniti dal Patto Atlantico. Sta inoltre spingendo la trattativa sulla pace in Ucraina, in modo tale da garantirsi le cosiddette “Terre Rare” esistenti in quella parte del pianeta, puntando anche ad occupare territori in Groenlandia, dove esistono grandi giacimenti di “Terre Rare”, ma dove anche ci sono le condizioni climatiche per realizzare dei siti adatti agli enormi Data Center, installati sotto la coltre ghiacciata di quei territori durante tutto l’anno. Quest’ultimo aspetto è fondamentale per ridurre lo straordinario consumo energetico prodotto proprio da quei Data Center fondamentali per tutta l’economia digitale. In Medioriente, Trump, intende ripristinare il percorso che lo portò alla sottoscrizione dei “Patti di Abramo” nell’ottica di costruire un corridoio di scambi globali dall’India all’Europa alternativo alla “Nuova Via della Seta” di Pechino. Trump, come detto, non ha nessuna ritrosia per ottenere gli obiettivi posti nell’esercitare il massimo della pressione militare nei confronti degli avversari. Lo stiamo vedendo in occasione del fronte di guerra iraniano non più solo per obbligare il governo di Teheran a rinunciare all’atomica, ma anche per immaginare un cambio di regime; lo stiamo vedendo in Venezuela con la gestione del post Maduro che ha avuto come presupposto la presa del potere da parte degli americani di tutta l’industria petrolifera del paese. Sappiamo anche che l’approccio di Trump non è mai ideologico: è sempre disposto ad accordarsi con chiunque, purché alle sue condizioni. Il teatrino del negoziato per la pace in Ucraina e in Iran ne rappresenta l’esempio più recente e più lampante.
Alcuni commentatori internazionali leggendo il contenuto del recente documento della Casa Bianca sulla “Strategia di Sicurezza Nazionale“ hanno evidenziato il rischio di un ritorno alla cosiddetta dottrina Monroe basata “Sull’America agli americani” per restaurare il potere e le priorità degli Stati Uniti nel mondo.
Questo dovrebbe essere lo scenario a breve termine sullo scontro delle nuove sfere di influenza nel mondo da parte delle tre superpotenze.
Dobbiamo prendere atto, con grande rammarico, che l’Europa in questa, per ora immaginaria, conferenza di Yalta 2, non sarebbe probabilmente neanche invitata. Il nostro continente è stretto fra l’arroganza americana, le sempre più crescenti minacce anche militari russe e le ambizioni cinesi, in termini economici.
“A questo bisogna aggiungere – ha scritto recentemente sempre Maurizio Molinari – le lacerazioni delle opinioni pubbliche europea sulla necessità di accelerare la costruzione di una difesa comune, con l’affermarsi di partiti e movimenti populisti-a destra come a sinistra-accomunati dalla volontà di indebolire le istituzioni di Bruxelles. Ecco perché l’Europa rischia di diventare il vaso di coccio nel match in pieno svolgimento sul nuovo equilibrio globale”.
Nel 1945, i tanto criticati accordi di Yalta, hanno permesso alle nostre generazioni, nate del dopoguerra, di vivere una magica stagione durata ottant’anni senza conflitti militari globali. Oggi ci troviamo di fronte a un futuro incerto, in cui vengono rimescolate le tradizionali alleanze di ottant’anni fa. In fondo, in questo caos dagli esiti imprevedibili, una nuova conferenza di Yalta ci farebbe almeno sperare che al posto delle armi la diplomazia internazionale abbia ripreso il suo ruolo centrale. Chi può dire che, magari, le nuove sfere di influenza potrebbero anche portare ad un nuovo periodo di pace, basato però su una riforma delle Nazioni Unite, sul ripristino e rispetto delle regole del diritto internazionale, e sul riaffermarsi di una cooperazione pacifica fra gli Stati come quella condivisa a Helsinki, cinquant’anni fa. Certo, noi europei dobbiamo renderci conto che non saremo più centrali nel mondo, come lo siamo stati in questi primi due millenni…..ci riusciremo? Riusciremo a ritrovare un ruolo diverso ma comunque importante nello sviluppo del nuovo mondo?
In ogni caso, dobbiamo tenere a mente quanto ha scritto recentemente Paolo Mieli nel suo ultimo “Il prezzo della pace” Rizzoli 2025: “L’inaugurazione di una stagione di pace, è possibile. A patto di non andare in cerca di soluzioni facili, a portata di mano e che si usi la storia, anche quella remota, per aiutarci a fare chiarezza su quello che è andato storto negli anni che abbiamo alle spalle. Un buon ripasso, ancorché per sua natura disomogeneo, può esserci più utile delle improvvisazioni. Delle pur auspicabili sospensioni dei combattimenti. Destinate a reggere per un tempo breve e a covare nuovi conflitti”. Come non essere d’accordo!