Il 18 dicembre 2025, il Consiglio Europeo ha assunto una decisione che rimarrà nella storia del progetto di rafforzamento ed efficientamento dell’Europa unita. Di fronte all’impossibilità di ottenere per una decisione che riguardava questioni rilevanti di politica estera e di sicurezza comune, l’unanimità del consenso dei paesi membri (Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia avevano preannunciato l’esercizio del diritto di veto che avrebbe bloccato la delibera) il Consiglio Europeo ha scelto una legittima soluzione per procedere comunque alla delibera di concessione di un prestito di 90 milioni di euro garantito dall’Unione Europea medesima, precisando che tale garanzia non inciderà sugli obblighi finanziari dei tre paesi contrari.
Una scelta coraggiosa, legittima perché basata su due articoli del Trattato Istitutivo dell’Europa (l’articolo 20 e l’articolo 212), che ha riaperto il dibattito molto controverso sulla riforma proprio del diritto di veto esistente all’interno dell’Unione Europea per le decisioni che riguardano la politica estera e di sicurezza comune, l’allargamento dell’Unione ad altri membri, le modifiche dei Trattati, la fiscalità e la politica di bilancio, la politica sociale.
In questa puntata, cercherò di raccontarvi i razionali che stanno alla base delle due posizioni politiche oggi esistenti riguardo all’eventuale abolizione del diritto di veto che renderebbe più efficiente e competitiva la macchina burocratica dell’Unione Europea, per i favorevoli, mentre, per i contrari, costituirebbe un passaggio verso la progressiva centralizzazione del potere politico ed economico europeo, con la conseguente riduzione della sovranità democratica degli Stati membri.
Entriamo nel merito di quanto accaduto.
Il Consiglio Europeo del 18 dicembre scorso ha segnato una tappa importante nello sviluppo del sogno europeo, certo, per quei cittadini europei che lo ritengono un sogno e non una iattura. Il Consiglio, infatti, “Data la situazione senza precedenti, ha adottato sulla base dell’articolo 122 del Trattato Istitutivo dell’Unione Europea, misure di emergenza eccezionali, temporanee e debitamente giustificate” volte a bloccare i beni della Russia fino a quando la Russia medesima non avrà cessato la sua guerra di aggressione nei confronti dell’Ucraina e non avrà risarcito quest’ultima per i danni causati da tale guerra.
Nel contempo, al fine di garantire il necessario sostegno finanziario all’Ucraina, anche per le sue esigenze militari, il Consiglio Europeo ha deliberato un prestito di 90 miliardi di euro per gli anni 2026-2027 sulla base di un prestito dell’Unione Europea raccolto sui mercati dei capitali coperto dal margine di manovra del bilancio dell’Unione Europea medesima.
La peculiarità giuridica del provvedimento, risiede nel fatto che il Consiglio Europeo ha utilizzato lo strumento della “cooperazione rafforzata” (articolo 20 del Trattato europeo) in relazione allo strumento basato sull’articolo 212, sempre del Trattato europeo, per cui qualsiasi mobilitazione di risorse del bilancio europeo come garanzia per tale prestito non inciderà sugli obblighi finanziari della Repubblica Ceca, dell’Ungheria e della Slovacchia.
Dunque, il Consiglio, attraverso il combinato disposto dei due articoli richiamati del Trattato, ha legalmente “aggirato” il diritto di veto previsto per tutte le decisioni che riguardano la politica estera e di sicurezza comune, superando l’ipotesi di stallo visto il preannunciato voto negativo dei tre paesi citati. Nella sostanza Repubblica Ceca, l’Ungheria e la Slovacchia non saranno solidalmente responsabili con gli altri membri dell’Unione in caso di escussione della garanzia posta a fondamento del prestito all’Ucraina per il prossimo biennio.
Questa coraggiosa e legittima assunzione di responsabilità da parte del Consiglio Europeo, o meglio dalla maggioranza dei membri del Consiglio Europeo, ha riaperto il dibattito, già da tempo sul tavolo sia degli uffici tecnici e giuridici del Parlamento Europeo sia dei singoli Stati membri, sulla necessità o meno di riformare il diritto di veto, per alcuni ormai un retaggio che blocca la competitività di Bruxelles in un mondo in cui si stanno rivoluzionando le geo-mappe politiche internazionali; per altri, una violazione della principale clausola fondativa del compromesso europeo, rendendo l’Unione un organismo gerarchico e autoritario. In mezzo a queste due anime, con una visione opposta della tematica, esiste anche una terza corrente di pensiero che sostiene che la sola riforma del sistema di voto all’interno degli organi che rappresentano direttamente gli Stati non è sufficiente alla creazione di un’Unione Federale, perché essa dovrebbe accompagnarsi a passi ulteriori.
Anticipandovi che la mia opinione, assolutamente personale, è quella che la riforma del sistema di voto sia una priorità ormai ineludibile per permettere all’Unione Europea di conservare il suo ruolo in questo nuovo mondo che va delineandosi in maniera cruenta, obbligando gli Stati ad essere efficienti nell’assumere certe decisioni fondamentali per la loro sopravvivenza, cercherò di darvi un quadro delle ragioni che stanno a monte delle diverse anime esistenti all’interno dell’Unione Europea su questa spinosa è ormai annosa questione. Devo anche confessarvi che nel corso dell’approfondimento che ho dovuto fare per capire i razionali di ogni singola e diversa posizione, la mia certezza sulla necessarietà della riforma si è via via indebolita, cogliendo in alcune, non in tutte, delle posizioni contrarie (ce ne sono di evidentemente strumentali e finalizzate all’erosione del progetto di Unione Europea non al suo miglioramento!) aspetti rilevanti da non sottovalutare. Con questo non voglio dirvi che ho cambiato idea ma che come sempre, la questione è complessa e non può essere risolta emotivamente ma soltanto giuridicamente attraverso un nuovo quadro della governance europea che deve coinvolgere anche altri aspetti del Trattato Istitutivo dell’Unione Europea.
Iniziamo questa analisi dell’approfondimento della tesi dei contrari alla riforma del diritto di voto. Come dicevo, secondo questo filone di pensiero dietro l’apparente razionalizzazione istituzionale (tra l’altro sollecitata anche da Mario Draghi, un autorevole e rispettato europeista convinto) si nasconderebbe un disegno più profondo: la progressiva centralizzazione del potere politico ed economico europeo, accompagnata necessariamente da una progressiva riduzione della sovranità democratica degli Stati membri. Si tratterebbe, secondo questa prospettazione, di un potenziamento del vincolo esterno come strumento di disciplina. “Oggi in Europa non ci sono le condizioni per togliere l’unanimità in Consiglio – ha recentemente osservato Giovanni Pitruzzella, giudice della Corte Costituzionale – non esiste infatti un vero popolo europeo e la politica democratica resta ancorata alla dimensione nazionale. La stessa legittimità dell’Unione non può fondarsi su un Demos che non c’è”. I contrari alla riforma, sostengono come l’unanimità non sia una reliquia del passato, ma la clausola fondativa del compromesso europeo: una clausola che garantisce che ogni Stato membro resti partecipe delle decisioni comuni nella misura in cui esse non contraddicano i propri interessi vitali. Modificarla significherebbe rovesciare la logica consensuale dell’integrazione, sostituendola con una logica maggioritaria priva di una legittimazione politica unitaria. L’Unione Europea si trasformerebbe, senza il meccanismo dell’unanimità, da comunità di Stati sovrani in una struttura di comando verticale. L’argomento dell’efficienza regge solo se si accetta l’idea che la rapidità decisionale sia di per sé un valore politico. La storia ci insegna che la velocità non è mai sinonimo di efficienza e ancor meno di giustizia. Le decisioni europee, soprattutto alcune in certe materie delicatissime, non riguardano meri aspetti amministrativi ma scelte che incidono direttamente sull’autonomia di bilancio, sulla politica industriale e sul controllo democratico dei cittadini. Il principio di unanimità garantisce e non rallenta le procedure. È la clausola di salvaguardia che impedisce l’egemonia dei paesi economicamente più forti su quelli più fragili. D’altronde, sempre secondo la tesi dei contrari alla riforma, i padri fondatori dell’Europa concepirono l’unanimità come un presidio contro le derive egemoniche, consapevoli che l’integrazione poteva reggersi soltanto sull’equilibrio, non sulla forza numerica. Rinunciarvi significherebbe accettare una trasformazione della natura dell’Unione: da sistema di cooperazione paritaria a struttura di comando gerarchica. Il punto non è dunque se l’Unione Europea debba essere più veloce ma se possa esserlo senza rinunciare al suo equilibrio originario. Giorgia Meloni, proprio recentemente a Bruxelles, ha ribadito di non essere favorevole all’allargamento del voto a maggioranza, in luogo dell’unanimità: “Certo, varrebbe e sarebbe utile per l’Ucraina ma su molti altri temi le posizioni della maggioranza potrebbero essere distanti dalle nostre e dai nostri interessi nazionali, che sono la priorità da difendere”.
Dunque, in sintesi, un potente grido d’allarme contro una riforma che all’insegna del principio di privilegiare l’efficienza rischierebbe di contaminare irreversibilmente i principi fondativi nell’Unione Europea.
Come reagiscono i fautori della necessarietà di una riforma del diritto di voto? L’ex Presidente del Consiglio Mario Monti, che la macchina burocratica di Bruxelles conosce bene in quanto rivestì il ruolo di Commissario Europeo a tutela del Mercato e della Concorrenza leale, si è schierato decisamente a favore dell’abolizione del diritto di veto. Secondo Monti, con la sua dichiarazione pubblica, la Meloni ha cancellato una storica linea di continuità della politica estera italiana. Una censura precisa e motivata: da sempre però il governo italiano è stato dalla parte giusta della storia quando si è trattato di vincere resistenze importanti, come nel 1985 per il Mercato Unico Europeo, nel 1990 per aprire la strada dell’Euro durante la crisi monetaria o, infine, durante il negoziato sul Next Generation EU. Il ministro degli esteri Tajani assunto una posizione diversa da quella della Presidente del Consiglio “La premier ha espresso la sua opinione, io penso invece che si debba fare qualche passo in avanti, siamo una forza europeista nella tradizione di De Gasperi e Berlusconi”. Il deputato europeo Sandro Gozi ha recentemente depositato un rapporto sulle conseguenze istituzionali dell’allargamento ulteriore dell’Unione Europea e sulle riforme possibili senza le quali l’unione non potrà accogliere paesi come l’Ucraina o la Moldova: “I nazionalisti e i sovranisti – ha scritto Gozi – presentano il veto come la miglior garanzia degli interessi nazionali, in realtà è la miglior garanzia della paralisi dell’Unione Europea. Senza l’abolizione dell’unanimità non potranno mai esserci una politica estera comune né molte delle riforme suggerite proprio da Mario Draghi nel suo rapporto sulla competitività” Rimasto per ora sulla carta!”.
Il giornalista Paolo Valentino, sulle colonne del Corriere della Sera, ha concluso un suo intervento su questo tema sottolineando come: “I sovranisti europei rivendicano di essere in linea con le dinamiche globali dove i nuovi uomini forti, da Trump a Xi Jinping, a Putin, si muovono su linee ultranazionaliste. La differenza è che loro guidano superpotenze economiche o nucleari, mentre una per una le piccole nazioni europee possono solo essere vassalli o sudditi. Se di un sovrano c’è bisogno per vivere e contare nel mondo frammentato, questo è quello europeo, per il quale l’unanimità, come il “liberum veto” della confederazione polacca, è solo ricetta per il disastro”.
Chi si colloca in una posizione mediana tra i favorevoli e i contrari alla riforma del meccanismo di voto nell’Unione Europea, è, per esempio, il professor Donald Sasson, emerito di Storia dell’Europa all’Università Mary Queen di Londra: “Io vorrei un’Europa molto più integrata di quanto non lo sia ora e, come tanti, sono ancora molto addolorato del fatto che la Gran Bretagna sia uscita dalla UE. Sugli obiettivi quindi, sono d’accordo con Draghi. Tuttavia, l’abolizione del diritto di veto frantumerebbe ancora di più l’Europa”. Perché questo pessimismo? “Un simile cambiamento andrebbe a rafforzare le forze di destra euro scettiche che stanno avanzando nella maggior parte dei paesi – sottolinea Sasson – il loro potere aumenterebbe nel momento in cui uno Stato non fosse più in condizioni di poter rifiutare decisioni di politica estera attraverso l’esercizio del diritto di veto… naturalmente ci sarebbe una perdita di sovranità in ogni paese. Senza il diritto di veto gli interessi nazionali dovrebbero sottostare alla maggioranza esistente in Europa”. Secondo il professore, un cambiamento del genere snaturerebbe il principio fondante dell’Unione Europea: “Sì, perché sostanzialmente si basa su un’unione economica. Nel campo della politica estera, l’UE parla, ma non può fare molto. Tra l’altro, non fa tanto nemmeno nei settori della sanità e della fiscalità. Tutti gli ambiti che uno Stato controlla decidendo come spendere i propri soldi”. Sasson ammette però che il problema esiste e bisogna in qualche modo gestirlo: “Credo che con l’abolizione del veto le cose peggiorerebbero perché ci sarebbe una rissa continua fra i membri dell’Unione Europea. Una decisione di questo tipo andrebbe a favorire i paesi più importanti. Se Francia e Germania si mettono d’accordo su una certa questione, è molto più probabile che gli altri lo accettino. L’elemento principale dell’Europa sta nel fatto che gli Stati nazionali rimangono i suoi pezzi forti. Per questo trovare un accordo è difficile. Lo era anche quando c’erano solo sei membri. Se si attuassero i suggerimenti contenuti nel rapporto di Mario Draghi le cose cambierebbero molto. Le mie perplessità riguardano le modalità da seguire per arrivarci. Su quello il documento non fornisce nessuna indicazione”.
In sintesi, dato che le decisioni nell’ambito dei settori chiave della sovranità richiedono un controllo democratico diretto da parte dell’organo che rappresenta i cittadini, ossia del Parlamento, l’effettivo superamento della regola dell’unanimità e, conseguentemente, del diritto di veto, deve corrispondere anche ad un cambiamento strutturale nel sistema decisionale dell’Unione Europea. Tale cambiamento comporta l’attribuzione al Parlamento europeo di un potere diretto nei settori in questione, così da determinare la nascita di un effettivo governo europeo, responsabile nei confronti dei cittadini europei e da essi controllato, in grado di sostituire le forme di coordinamento tra governi nazionali attualmente esistenti.
Questo è il quadro che anima le diverse posizioni in merito all’abolizione o meno del diritto di veto attualmente vigente. Come vi ho detto, pur ribadendo la mia posizione che l’Europa debba dotarsi di una governance più efficiente per poter contrastare le nuove e grandi superpotenze mondiali, probabilmente il percorso per divenire alla riforma del diritto di veto necessita di ulteriori approfondimenti soprattutto con riferimento al rispetto dei principi fondativi dell’Unione Europea che non possono essere giustamente stravolti.
Insomma, non una “mission Impossible” ma una “mission very tough”.