Chi, tra gli appassionati di storia e di Gabriele D’Annunzio, non ha mai, almeno per un attimo, rimpianto di non aver potuto partecipare all’impresa di Fiume? A quel laboratorio costituzionale politico e sociale che, forse, la retorica positiva e negativa consolidatasi nel tempo sulla figura del Vate, ha un po’ schiacciato e marginalizzato?

Al di là degli eccessi tipici del genio e della sregolatezza dannunziana, in quei 15 mesi dell’occupazione di Fiume (settembre 1919-dicembre 1920) accaddero eventi poco conosciuti e poco apprezzati dal grande pubblico degli italiani.

La straripante personalità di D’Annunzio, ricca di chiaro-oscuri, non ci ha probabilmente permesso di conoscere e apprezzare fino in fondo il suo progetto più visionario, più libertario e più moderno e cioè la “mitica” Costituzione del Carnaro, una Carta che letta ancora oggi, a distanza di oltre cent’anni, sorprende per la lucidità, innovazione e valorizzazione della libertà dell’uomo.

In questo articolo cercheremo di ridurre questo deficit conoscitivo, grazie alla pubblicazione della nuova edizione della Carta del Carnaro, con l’introduzione di Giordano Bruno Guerri e la curatela di Alessandro Gnocchi (Giubilei Regnani Editore).

Crediamo sia fondamentale, prioritariamente, contestualizzare storicamente la cosiddetta “impresa di Fiume”, per capire come si arrivò alla Reggenza del Carnaro e alla stesura della Carta omonima.

Al termine della Prima Guerra mondiale, una catastrofe di morti in battaglia aggravata dall’epidemia “Spagnola” che portò la contabilità dei morti a dei livelli mai visti e vissuti in precedenza, il Trattato di pace di Versailles non risolse la crisi continentale. Anzi, per alcuni studiosi, l’aggravò, penalizzando in modo eccessivo i vinti (gli Imperi Centrali: la Prussia e l’impero Austroungarico) e creando i presupposti di quella rabbia che sarebbe esplosa negli anni successivi, anche con l’avvento dei fascismi al potere. I vincitori, a Versailles, ragionarono ancora con una mentalità ottocentesca, non rendendosi conto di come fosse cambiato il mondo e di come quella Prima Guerra mondiale avesse letteralmente “liquefatto” in pochi mesi ben quattro imperi: quello prussiano, quello austroungarico, quello ottomano e, per una combinazione di elementi anche di natura politica e sociale, quello russo. La rivoluzione industriale aveva creato una nuova classe sociale, quella operaia. Il vento socialista e l’onda rossa bolscevica avevano contaminato le classi meno abbienti di quell’Europa, accendendo le braci del sogno di cambiamento e di rivincita.

Vale la pena, inoltre, spendere qualche minuto sulla situazione italiana, un paese apparentemente vincitore di quel conflitto ma attraversato da una frattura ideologica interna tra gli italiani che si era già manifestata prima dello scontro militare e che la guerra aveva solo sospeso. Già nella primavera del 1915 durante le cosiddette “radiose giornate di maggio”, quando, sulla spinta popolare (non dimentichiamocelo, di una minoranza diretta e manipolata proprio da Gabriele D’Annunzio) il governo Salandra, per alcuni studiosi, attraverso un vero e proprio colpo di mano, nel giro di pochi giorni, tra la fine di aprile e la metà di maggio di quel 1915, rivoluzionò l’assetto delle alleanze internazionali del Regno d’Italia, entrando in guerra contro gli ex alleati prussiani e austriaci. L’Italia, fin dal 1882, era infatti parte sottoscrittrice del Trattato che disciplinava la Triplice Alleanza tra Roma e i governi di Berlino e di Vienna. Ebbene, in quella primavera del 1915, il governo italiano, ovviamente con il consenso del Re che in materia di politica estera aveva ai sensi dello Statuto Albertino, il potere di decidere autonomamente e anche segretamente gli indirizzi strategici della politica internazionale italiana, ebbene, dicevamo, in quell’aprile del 1915, a Londra gli emissari del governo italiano sottoscrissero nella più assoluta segretezza quello che oggi viene ricordato come il Patto di Londra, un’intesa con Francia, Gran Bretagna e Russia che, in cambio dell’intervento armato del nostro paese contro gli Imperi Centrali, avrebbero riconosciuto al termine del conflitto l’allargamento dei confini del nostro paese con la possibilità di completare il sogno risorgimentale. La maggioranza degli italiani, nonché la maggioranza del Parlamento non era schierata a favore dell’interventismo, dopo la dichiarazione di neutralità del 1914, ma sottovalutò quella minoranza aizzata ad arte dalla propaganda dannunziana che portò il paese in guerra, quasi senza accorgersene. Da quel momento si originò quella che abbiamo chiamato la frattura ideologica tra due pezzi del nostro paese: gli interventisti e i pacifisti. Da buoni italiani, furono tanti gli esempi, però, di trasformismo da una parte e dall’altra dei due schieramenti.

Quando si arrivò al tavolo della pace di Parigi, al termine del conflitto vittorioso, la nostra delegazione diede il peggio di sé stessa. Con un paese che, nelle piazze, pretendeva l’adempimento del Patto di Londra in termini di riconoscimento dei nuovi territori, soprattutto nella parte orientale dello “stivale”, il Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando e il ministro degli esteri Sydney Sonnino, riuscirono a gestire in modo così poco professionale e virtuoso le trattative con le altre nazioni vincitrici, da creare proprio in quelle piazze italiane un malessere diffuso, una rabbia non arginabile, di nuovo gestita e manipolata dalla straordinaria creatività lessicale di Gabriele D’Annunzio, che definì il Trattato di Pace una “vittoria mutilata”: una vittoria, cioè, vergognosa che non riconosceva all’Italia alcuni di quei territori, definiti dai nazionalisti italiani “irridenti”, che erano stati oggetto degli accordi con gli alleati dell’Intesa. Il Patto di Londra non prevedeva l’assegnazione della città di Fiume all’Italia e l’Istria e la Dalmazia diventarono ugualmente un terreno di scontro diplomatico tra il Regno d’Italia e il neocostituito Regno dei serbi dei croati e degli sloveni, nei mesi successivi alla firma del Trattato di pace di Versailles.

Fin dal 30 ottobre 1918, pochi giorni quindi prima della resa definitiva degli Imperi Centrali, il Consiglio Nazionale Italiano di Fiume aveva proclamato l’annessione al Regno d’Italia in forza proprio del principio di autodeterminazione dei popoli che era stato solennizzato dal Presidente americano Wilson nel suo manifesto dei 14 principi. L’autodeterminazione era diventata il mantra di tutte le minoranze etniche e/o religiose esistenti in quella Europa post bellica.

Il Trattato di Pace, dunque, non riconosceva all’Italia il territorio della città di Fiume, ma la maggioranza italiana dei fiumani rivendicava comunque l’appartenenza al Regno d’Italia. In questo guazzabuglio politico e diplomatico, fu facile per D’Annunzio diventare il paladino di quella forte comunità di italiani che risiedevano a Fiume, nell’ex città asburgica, sul mare Adriatico. L’impresa di Fiume fu proprio il tentativo, capitanato dal Vate, di scavalcare la diplomazia e dar luogo ad una situazione di fatto…l’occupazione militare di Fiume appunto… che certificasse l’appartenenza allo Stato italiano della città.

Il 12 settembre 1919 il Poeta soldato, al comando di 2500 Arditi e legionari, occupò Fiume, quasi senza sparare un colpo di fucile, proclamando immediatamente la Reggenza italiana del Carnaro. Un colpo di mano che traumatizzò le cancellerie europee, alle prese tutte con la gestione di un difficile e faticoso dopo guerra. Alcuni lo interpretarono come un sopruso realizzato con la violenza, da cancellare al più presto prima che diventasse un esempio da imitare; altri, lo considerarono un’opportunità per rivendicare i diritti dell’Italia su quella parte dell’Adriatico, diritti negati, come abbiamo detto dal Trattato di Pace parigino.

Questa, in estrema sintesi, la complessa e delicata situazione nel nostro paese nei mesi successivi alla firma del Trattato di Pace di Versailles.

Ma come si arrivò alla Carta del Carnaro, all’immaginare, cioè, la stesura di una specie di Costituzione del territorio fiumano che sapesse recepire e rappresentare tutte quelle istanze politiche e sociali, innovative e per certi versi traumatiche, generate dalla tragedia della Prima Guerra mondiale?

La risposta potrebbe essere semplice e prosaica: il genio visionario di Gabriele D’Annunzio. Fu lui, infatti, stimolato dal sindacalista rivoluzionario Alceste de Ambris, ad immaginare la creazione di uno Stato libero di Fiume, la Reggenza del Carnaro appunto, retto da una carta costituzionale che avrebbe dovuto diventare un esempio di  modernità e innovazione civile, sociale ed economica in tutto il mondo.

La prima bozza della Carta nasce dalla penna dell’avvocato Arturo Nascimbeni e risale al novembre del 1919. Nascimbeni aveva immaginato una ventina di articoli che avrebbero dovuto costituire il cuore di un documento rivoluzionario in quell’Europa ancora scioccata dalla catastrofe bellica e dalla rivoluzione russa. La bozza venne poi rivista e ampliata proprio da Alceste de Ambris, nei primi mesi del 1920: il nuovo testo risentiva di una cultura sindacale e rivoluzionaria propria di de Ambris che voleva accentuare, attraverso la stesura di un nuovo testo articolato su 47 articoli, l’importanza di una riforma dei diritti dei lavoratori e di una conseguente revisione del modello economico tipico delle democrazie liberali di quel tempo. Quando il testo di de Ambris arrivò sulla scrivania di Gabriele D’Annunzio, il Vate, dopo una prima veloce lettura, dichiarò il suo consenso generale sul testo ma anche l’assoluta necessarietà di renderlo più artistico e più letterario, facendo prevalere quindi non gli aspetti giuridici ma l’enfasi della novità istituzionale: “A costringere negli scarni articoli…– scriveva proprio il Vate – le grandi e nobili idee che la… parola immaginosa, suscitava e coloriva”. Senza dimenticarsi, però, un ritorno a quel sano e virtuoso municipalismo di stampo medioevale. Così aveva sentenziato il Vate dopo la lettura della bozza di Alceste de Ambris.

Il testo finale, dopo l’intervento pesante di D’Annunzio, contava su 65 articoli, divisi in 20 capitoli, scritti tutti a mano dallo stesso autore, dopo tre successivi interventi sulle bozze, sempre con il motto: “Sì Spiritus pro nobis, quid contra Nos ?“.

Il testo solennizzava la definitiva denominazione del nuovo stato libero di Fiume come “Reggenza italiana del Carnaro“, qualificata da D’Annunzio come un “endecasillabo perfetto”.

Ma come mai la Carta nasce proprio in quella seconda fase dell’impresa di Fiume? Secondo alcuni storici perché D’Annunzio, in quell’inizio del 1920, temette di perdere il consenso tra i nazionalisti e i monarchici, compromettendo la sua impresa.

La Carta nasce proprio come strumento di scontro nei confronti del governo di Roma, stabilizzando la situazione a Fiume almeno dal punto di vista emotivo. Bisognava ridare passione ai protagonisti dell’impresa: dopo la fase iniziale si erano un po’ spente le energie e le voglie dei legionari e il rischio era l’abbandono del sogno di uno Stato libero di Fiume. Ci voleva una scossa, una sferzata alle anime fragili e in fondo deludenti dei suoi seguaci. Ecco perché D’Annunzio coglie al volo le aspirazioni, prima giuridiche di Nascimbeni e poi sindacali di de Ambris, per mettere mano a un documento, debitamente trattato da lui che potesse rilanciare nel mondo l’impresa di Fiume e il sogno di una repubblica moderna sia sotto il profilo istituzionale sia dei diritti civili politici e sindacali. La Carta, in realtà, verrà poi presto disapplicata e finirà in soffitta, sotto la pressione di eventi internazionali non controllabili dalla città “Olocausta” come l’avrebbe definita il Vate.

La Carta del Carnaro venne presentata ai fiumani durante una lettura pubblica realizzata proprio personalmente da Gabriele D’Annunzio, il 30 agosto 1920, alle ore 21:00, dal palco del teatro della Fenice di Fiume. Fu di nuovo presentata soltanto ai legionari il giorno dopo, nello stesso sito. Venne poi pubblicata il 1° settembre, con il numero 31 sul Bollettino Ufficiale della Reggenza del Carnaro. La prima tiratura fu di qualche centinaio di copie, stampate dalla tipografia Miriam a Fiume. Successivamente ci fu una ristampa romana.

Ai principi di novembre di quel 1920, Giolitti, che aveva ripreso in mano la Presidenza del Consiglio, con il supporto di Sforza e Bonomi perfezionò con i rappresentanti del governo jugoslavo il cosiddetto Trattato di Rapallo, ponendo fine di fatto all’esperienza rivoluzionaria fiumana che si sarebbe conclusa definitivamente nel dicembre di quell’anno, in quello che D’Annunzio definì il “Natale di sangue” quando Fiume fu sottoposta al cannoneggiamento da parte della flotta italiana, mandata dal governo di Roma a risolvere definitivamente il tema degli insorti.

Cosa conteneva quel documento di ispirazione costituzionale?

Già nella premessa si affermava la chiara volontà di entrare a far parte integrante dello Stato italiano e conseguenzialmente l’italianità di Fiume e vi si sosteneva, altresì, l’ipotesi di un futuro Stato rivoluzionario-corporativo. La Reggenza del Carnaro veniva  definita come un governo “schietto di popolo” e “fondata sul lavoro produttivo”(articolo III), come mezzo di emancipazione sociale. E qui è facile per noi posteri individuare la connessione con l’articolo 1 della Costituzione Italiana del 1948 che recita “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro“ con una formula che, come sappiamo, fu figlia di una mediazione tra socialdemocratici, comunisti, liberali e democristiani.

La Carta riconosceva poi un altro principio fondamentale: l’uguaglianza a tutti i cittadini “Senza divario di sesso, di stirpe, di lingua, di classe, di religione”.

Avevano il diritto di voto, gli uomini e le donne che avessero compiuto 21 anni e che diventavano anche eleggibili per tutte le cariche (articolo XVI).

La grande, clamorosa novità era costituita proprio dalla concessione del diritto di voto anche alle donne, cosa che in quell’epoca, in Europa, riconoscevano pochissimi paesi. Non dimentichiamoci che in Italia sarebbe stata concessa soltanto nel febbraio del 1945.

La Carta del Carnaro garantiva poi la libertà di pensiero, di stampa, di culto, di riunione e di associazione (articolo VII). Erano inoltre garantiti i diritti all’istruzione primaria, all’educazione fisica, al lavoro remunerato, al salario minimo, all’assistenza sanitaria, alla pensione, all’inviolabilità del domicilio, all’Habeas Corpus, di origine inglese, al risarcimento danni in caso di errore giudiziario (articolo VIII).

C’erano anche degli strumenti tipici di una democrazia diretta: i cittadini, raggiunti certi quorum individuati nel documento, potevano proporre leggi, richiedere il referendum per modificare la costituzione, indire petizioni e chiedere la destituzione dei propri rappresentanti (articoli dal LV al XL). I diritti politici si perdevano soltanto nell’ipotesi di una condanna per una pena infamante (disertori, evasori fiscali, parassiti non giustificati dall’infermità: articolo XVII).

E’ interessante rileggere i passaggi della lettera del 18 marzo 1920, con la quale Alceste de Ambris presentava a D’Annunzio l’ultima stesura della bozza della Carta: si parlava di una governance basata su un concetto di Confederazione e comunque di valorizzazione delle autonomie locali, dei comuni italiani, protagonisti del periodo d’oro del nostro paese: “Soltanto un sistema di larghe autonomie locali – scriveva de Ambris – ed uno spirito di grande tolleranza può rendere possibile la convivenza pacifica di varie razze in un medesimo aggregato politico. La confederazione elvetica-che sotto molti aspetti presenta una situazione analoga a quella in cui si trova la nostra Repubblica-ci offre l’esempio significatissimo di un Cantone, come quello dei Grigioni, dove 50.000 tedeschi, 37.000 romanci e ladini, 18.000 italiani, divisi per giunta in protestanti e cattolici, possono convivere in pace unicamente perché a ciascuna razza è riconosciuto il diritto di serbare la propria lingua e le proprie costumanze in seno all’aggregato politico cui appartiene……. Per questo motivo – continua de Ambris – la carta stabilisce l’autonomia comunale più larga e completa, che ci pare indispensabile in considerazione anche del fatto che se si esamina la situazione della sponda orientale dell’Adriatico, vediamo ripetersi ovunque lo stesso fenomeno: le comunità italiane sono quasi tutte marittime, industriali e commerciali, mentre le comunità rurali sono costantemente slave”.

Una riflessione di grande attualità ancora oggi, insomma!

D’Annunzio volle poi, di suo pugno, integrare le versioni precedenti, aggiungendo l’articolo  XIV che elenca tre “credenze religiose”, i principi morali universali che devono regolare il rapporto tra il singolo e la collettività: “La vita è bella, e degna che se veramente e magnificamente la viva l’uomo rifatto intiero dalla libertà; l’uomo intiero é colui che sa ogni giorno inventare la sua propria vita per ogni giorno offrire ai suoi fratelli un nuovo dono; il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, se sia bene eseguito, tende alla bellezza e orna il mondo”.

Il regime fascista prenderà spunto per la propria dottrina politica ed economica proprio dalla Carta del Carnaro che, seppur rivista, fu recepita nella Carta del Lavoro del 1927, dove attraverso la politica del corporativismo si voleva istituire un sistema antagonista nei confronti sia della società capitalistica, sia di quella marxista. 

Nel 1938, uno dei leader più autorevoli dell’élite intellettuale fascista, Giuseppe Bottai definì così la Carta di D’Annunzio: “Le dichiarazioni della Carta del Carnaro costituiscono la prima espressione del nuovo ordinamento spirituale e giuridico degli italiani”.

Giordano Bruno Guerri, nella sua recensione alla recente riedizione della Carta del Carnaro sottolinea come: “La Carta e anche la Lega dei Popoli Oppressi, altra intuizione di D’Annunzio – scrive Guerri – rappresentino snodi che aggirano la mitologia fascista e proiettano suggestioni sul lungo periodo, aprendo convincenti prospettive comparative con esperienze della seconda metà del Novecento, la decolonizzazione e il ‘68. Il tentativo di imporsi sull’immaginario attraverso la forza dell’utopia e della narrazione costituisce infatti la vera eredità a lungo termine dell’impresa dannunziana”.

Il mondo della cultura e della politica in Italia, nel nostro dopoguerra, considerò la Carta e il suo autore quasi come degli “impresentabili“. D’Annunzio cadde nel dimenticatoio e della Carta del Carnaro non parlò più nessuno per tanto tempo. Secondo Guerri, l’unico giudizio equilibrato e ancora valido rimane quello di Alberto Asor Rosa che, nel 1978, scrisse che la Carta esprimeva la “tensione di rottura istituzionale” di gran parte del pensiero politico del tempo, la tendenza a sostituire lo Stato liberale con soluzioni “organiche, fondate su di un oculato controllo istituzionale dei rapporti fra le varie classi”.

Rileggendola oggi, a distanza di oltre cent’anni, bisogna riconoscere che quel documento fu all’avanguardia per quel periodo e colse molte delle questioni sociali che si trovavano allo stato embrionale e che avrebbero poi caratterizzato la lotta politica e sociale di tutto il secolo scorso.

Oggi, bisogna riconoscerlo, si rivaluta l’attualità di quella Carta per la sua apertura democratica e per l’avanzata spregiudicatezza di molti suoi assunti centrali. Insomma, in un caos come quello in cui stiamo vivendo, in cui è forte il tentativo di abbattere le democrazie liberali promuovendo il successo delle autarchie, la Carta del Carnaro può aiutare ad attrezzarsi per una difesa moderna, sociale e non ideologica delle nostre libertà.

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