Vi propongo un “gioco”.
Un esercizio intellettuale, spero, stimolante e provocatorio per riflettere sulle nostre arcigne certezze culturali in materia di razzismo, migranti, politiche di inclusione, disuguaglianze, malesseri della nostra quotidianità.
Leggete il seguito di questo mio incipit senza andare subito a verificare chi sia stato l’autore del virgolettato.
Prima di scoprirlo, fatevi un esame di coscienza sul contenuto della narrazione, sullo stile, sulle tematiche esposte e poi, provate a tirare le fila e a verificare il vostro grado di consenso o dissenso di quanto avete letto.
Poi, soltanto in quel momento, andate a leggere la firma dell’autore e una breve descrizione della sua vita e del suo attuale mestiere.
Personalmente sono stato colpito e “spintonato” a rimettere in discussione certezze che credevo ferree, granitiche e non negoziabili.
Fatemi sapere le vostre reazioni.
E adesso buona lettura con “l’anonimo” autore.

Non abbiamo il tempo di essere noi stessi. Abbiamo il tempo solo per essere felici
Oggi, la normalità di “essere noi stessi” è caratterizzata dall’amore del potere e non dal potere dell’amore, dalla cecità dell’individualismo e non dalla lungimiranza della solidarietà, dall’utilitarismo di rapporti opportunistici e non dalla generosità di relazioni altruistiche, dalla solitudine egocentrica del noi escludente e non dalla socievolezza affabile del noi relazionale, dalla stigmatizzazione dell’altro per l’esaltazione dell’io e non dall’edificazione dell’altro per la costruzione del noi
Questa normalità, generata e nutrita dallo spirito dell’avidità fagocita l’umanità nell’illusione del mito del presentismo per rimediare all’incertezza del futuro, nell’arroganza dell’onnipotenza per ovviare all’aleatorietà della vita e nell’affanno compulsivo dell’accumulazione per domare la paura dell’irrilevanza. In questa ottica, l’”essere noi stessi” diventa anche: (1) l’utilizzo del potere come strumento di dominazione e di sfruttamento e non come mezzo di emancipazione e di promozione; (2) l’uso delle persone per servire la bandiera e non la bandiera per servire le persone. Questa normalità, acuita dalla radicalizzazione delle condizioni di deprivazione, ha reso moralmente e sentimentalmente l’”essere noi stessi” privo di empatia, sordo, cieco e indifferente alle sofferenze e ai dolori dei membri della nostra comunità.
L’attuale paradigma economico, radicato nello spirito dell’avidità è un sistema che non permette di promuovere uguaglianze e libertà ma genera disuguaglianze e omologazione. Questo dinamico sistema continua a spostare i confini delle classi sociali, sia verticalmente che orizzontalmente, creando così nuove forme di invisibilità. Questa comunità di invisibili, composta da vecchi e nuovi protagonisti, sfugge tuttavia alla lente dell’osservatore che legge questo processo in costante evoluzione con strumenti inalterati nel tempo. Lo spirito di avidità è l’ipocentro di queste disuguaglianze materiali e immateriali che ha terremotato la crosta sociale creando così delle fratture nel tessuto della nostra comunità. Tuttavia, l’epicentro di questo sisma sociale si è spostato ai confini dove marginalità, esclusione, umiliazione e sfruttamento (a volte accompagnati da forme diverse di razzializzazione) rendono le persone invisibili e infelici. Questo esercito di invisibili infelici, spremuti ed espulsi dalle onde di questo sisma sociale, affrontano la loro condizione di deprivazione spesso in solitudine poiché il sistema disfunzionale delle disuguaglianze ha portato con sé una profonda metamorfosi del lavoro e delle relazioni sociali.
Purtroppo tutto questo è funzionale al meccanismo stesso del sistema. Per questo è necessario unire le lotte e le istanze degli invisibili infelici se si desidera porre argine alla disumanità del sistema.
Dinanzi a questo sisma sociale che mette a repentaglio la democrazia (considerato che non c’è democrazia con la fame, né sviluppo con povertà, né giustizia nella disuguaglianza – come sostiene Papa Francesco – e la libertà (visto che non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà – diceva Sandro Pertini), la politica del palazzo – sostenuta da disorientatori intellettuali – continua a prescrivere ricette basate sul medesimo paradigma economico che ha prodotto le disuguaglianze sociali da sanare. In questo modo, la politica (sorda, cieca e indifferente alle sofferenze, dolori, miseria e marginalità della comunità degli invisibili) trascina la società in un labirinto infinito delle disuguaglianze dove le persone sono al servizio dell’economia e non l’economia al servizio delle persone. La politica di palazzo, incapace di scendere negli abissi per fronteggiare il cuore delle disuguaglianze ovvero lo spirito dell’avidità, continua da un lato ad affidare ogni scelta politica al tranquillante del gradualismo e dall’altro al raccontare con esasperazione il sentire del popolo senza renderli protagonisti della narrazione e della rivendicazione dei propri desideri”

L’autore di questa narrazione è il quarantenne sindacalista ivoriano Aboubakar Soumahoro, naturalizzato italiano, che emigrò nel nostro paese nel 1999, in una stagione in cui la tragedia dell’immigrazione non aveva ancora assunto i colori del disastro attuale.
Soumahoro si iscrive all’università e nel 2010, a trent’anni, si laurea in sociologia all’università Federico II di Napoli con una tesi su “L’analisi sociale del mondo del lavoro. Le condizioni dei lavoratori migranti nel mercato del lavoro italiano”.
Soumahoro diventa un personaggio pubblico ed entra nelle nostre case nei giorni successivi alla tragedia di Rosarno (2 giugno 2018) quando in un campo profughi morì Soumaila Sackh, un bracciante clandestino assassinato mentre cercava di costruirsi una baracca nel campo profughi della località calabra.
Soumahoro iniziò da allora una campagna mirata a contrastare il caporalato e lo sfruttamento della manodopera clandestina in agricoltura. Nel settembre del 2018 riuscì a convincere il Ministro del Lavoro Di Maio a costruire un tavolo di lavoro su queste tematiche che portò alla scrittura del decreto del 4 luglio 2019 proprio sulla nuova normativa in materia di caporalato.
Durante il lockdown, il 21 maggio 2020, il sindacalista ivoriano ha indetto e organizzato il cosiddetto “sciopero degli invisibili” a cui hanno partecipato non solo i migranti ma anche molti consumatori che volevano esprimere la loro solidarietà ai lavoratori sfruttati nella raccolta della frutta e della verdura soprattutto nel nostro sud, schiacciati e sfruttati nella filiera gestita dalle multinazionali della grande distribuzione organizzata.
Sua è stata l’idea di richiedere l’istituzione di una “patente del cibo” che certificasse che nella filiera agroindustriale, dai campi alle nostre tavole, la produzione del cibo non abbia violato i diritti umani e ambientali.
Durante gli Stati Generali presieduti dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, a Villa Doria Panphili, nello scorso giugno, si è incatenato al cancello di ingresso della residenza proclamando uno sciopero della fame e della sete con l’obiettivo di essere ascoltato dal Governo.
E’ riuscito nella sua impresa e così il suo progetto sulla “patente del cibo” è diventato un punto all’ordine del giorno del Governo Conte.
Insomma Aboubakar Soumahoro è diventato il punto di riferimento e di speranza di tutto quel mondo degli “invisibili” che formalmente per lo stato italiano non esistono e non hanno quindi diritti.
Soumahoro proprio nei primi giorni di questo luglio 2020 ha organizzato in Piazza San Giovanni a Roma la prima riunione istitutiva degli Stati Popolari degli Invisibili con l’obiettivo di dar loro voce coordinando le diverse istanze e le diverse problematiche che caratterizzano questo settore della nostra economia.
Insomma, Soumahoro, che si possa condividere o meno il suo pensiero, ci getta in faccia gli estremi di una tragedia che una società moderna che si definisce civilizzata non dovrebbe permettere né permettersi.

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